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JOBS ACT, quando la riforma del lavoro parte dal licenziamento

JOBS ACT, quando la riforma del lavoro parte dal licenziamento

di Sara Rescigno 

Art. 18, cronaca di un’ eutanasia annunciata.

La Riforma del lavoro fortemente voluta dal Governo Renzi e meglio nota sotto il nome di Jobs Act, ha catalizzato il dibattito politico degli ultimi mesi, suscitando forti polemiche da parte dei sindacati e dell’ala di minoranza della stesso Pd in merito, tra le altre, all’opportunità di una revisione delle tutele apprestate al lavoratore in caso di licenziamento illegittimo previste dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, l. 20 maggio 1970, n. 300, simbolo della lotta sindacale e da sempre vero e proprio totem della sinistra italiana. Se è vero che con lo Statuto la Costituzione varcò per la prima volta i cancelli delle fabbriche, nel silenzio generale oggi ne sta uscendo essendo ormai chiaro che nel bilanciamento tra libertà di iniziativa economica e diritto al lavoro chi ne esce sconfitta è la dignità del lavoratore.

L’iter di approvazione del Jobs Act è giunto al termine con l’emanazione della legge delega del 10 dicembre 2014, n. 183 alla quale hanno fatto seguito ad oggi due decreti attuativi:

–       il D.lgs. 4 marzo 2015, n. 22 recante Disposizioni per il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati”;

–       il D.lgs. 4 marzo 2015, n. 23 recante Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti”.

Nelle more dell’emanazione dello “Schema di decreto legislativo recante il testo organico delle tipologie contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni” che dovrebbe portare al superamento delle tipologie contrattuali del co.co.co e co.co.pro mediante la loro sussunzione sotto la fattispecie del lavoro subordinato e operare una vera e propria rivoluzione copernicana ammettendo la mobilità verticale verso il basso (demansionamento), le principali novità apportate dalla riforma al mercato del lavoro restano sicuramente quelle contenute nel d.lgs. 23/2015.

Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti (in GU, 6 marzo 2015, n. 54) ha infatti profondamente riformato la normativa in materia di licenziamenti individuali e collettivi trasformando la tutela reale, quella reintegratoria, da regola ad eccezione al fine di favorire una maggiore flessibilità in entrata e in uscita e “promuovere, in coerenza con le indicazioni europee, il contratto a tempo indeterminato come forma privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti”.

 

A chi si applica il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.

La nuova tipologia contrattuale del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti trova applicazione in caso di licenziamento illegittimo di operai, impiegati e quadri (esclusi i dirigenti) del settore privato, a partire dal 7 marzo 2015 quando si tratti di:

  • Lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto;
  • Lavoratori assunti prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo qualora a seguito di nuove assunzioni a tempo indeterminato il datore di lavoro integri il requisito occupazionale all’articolo 18, ottavo e nono comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300 (articolo 1, comma 2);
  • organizzazioni di tendenza quali partiti, sindacati ecc. (articolo 9, comma 2).

La tutela prevista dal contratto a tutele crescenti si applica anche alla piccole imprese fino a 15 dipendenti. Infatti, ai sensi dell’art. 9 del d.lgs., ove il datore di lavoro non raggiunga i requisiti dimensionali di cui all’articolo 18, ottavo e nono comma, della legge n. 300 del 1970, non si applica l’articolo 3, comma 2 (licenziamenti disciplinari in cui sia accertata “direttamente l`insussistenza del fatto materiale contestato”) e l’ammontare delle indennità e degli importi previsti dall’articolo 3, comma 1 (licenziamenti privi di giustificato motivo oggettivo, soggettivo o giusta causa), dall’articolo 4, comma 1 (vizi formali e procedurali) e dall’articolo 6, comma 1 (conciliazione), è dimezzato e non può in ogni caso superare il limite di sei mensilità.

Regime di tutela applicabile in caso di licenziamento illegittimo.

Licenziamento discriminatorio, nullo e inefficace.

Il giudice qualora dichiari il licenziamento nullo, perché discriminatorio o riconducibile alle altre ipotesi di nullità espressamente previste dalla legge (ad es. art. 54 del D.lgs. n. 151/2001; art. 35 del D.lgs. n. 198/2006; quando sia determinato da motivo illecito ai sensi dell’art. 1345 c.c.), inefficace in quanto intimato in forma orale (art. 2 legge n. 604/1966) o viziato da difetto giustificazione per motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro indipendentemente dal motivo formalmente addotto. A seguito dell’ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall’invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l’indennità di cui al terzo comma del presente articolo. Il giudice condanna inoltre il datore di lavoro al pagamento di un’ indennità a titolo di risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata la nullità e l’inefficacia, commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR e corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative.

L’indennità non potrà in nessun caso essere inferiore a 5 mensilità della retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR. Il datore di lavoro è condannato, altresì, per il medesimo periodo, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

Fermo restando il diritto al risarcimento del danno come previsto all’art. 2, comma 2 del d.lgs., al lavoratore è riconosciuta la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, non assoggettata a contribuzione previdenziale, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro.

La richiesta dell’indennità sostitutiva alla reintegrazione deve essere effettuata entro 30 giorni dalla comunicazione del deposito della pronuncia o dall’invito del datore di lavoro a riprendere servizio, se anteriore alla predetta comunicazione. Ai sensi dell’articolo 2, 4 co., la disciplina dettata per le ipotesi di licenziamento discriminatorio, nullo o inefficace trova applicazione anche nelle ipotesi in cui il giudice accerti il difetto di giustificazione per motivo consistente nella disabilità fisica o psichica del lavoratore.

La tutela è accordata, come nella normativa preesistente, ai lavoratori dipendenti, a prescindere dai limiti dimensionali dell’impresa.

Licenziamento per giustificato motivo e giusta causa.

In conformità con quanto previsto dai criteri di delega, quando non ricorrono gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (dovuto a ragioni economiche) o per giustificato motivo soggettivo (gravi inadempimenti) o giusta causa (motivi disciplinari), il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento, condannando il datore di lavoro al pagamento di un’indennità non assoggettata a contributo previdenziale, di importo pari a 2 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR per ogni anno di servizio.

In nessun caso l’indennità potrà essere inferiore a 4 o superiore a 24 mensilità.

Solo nelle ipotesi di licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa in cui sia DIRETTAMENTE dimostrata in giudizio l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore (si ha un’inversione dell’onere della prova, spettando al lavoratore provare l’insussistenza del fatto materiale contestato), rispetto al quale giudizio resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento (il giudice potrà solo limitarsi a verificare se il fatto sussiste oppure no), il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, corrispondente al periodo dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore abbia percepito per lo svolgimento di altre attività lavorative (“aliunde perceptum”), nonché quanto avrebbe potuto percepire accettando una congrua offerta di lavoro (“aliunde percipiendum”) ai sensi dell’articolo 4, comma 1, lett. c, del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181 (il quale sanziona con la “perdita dello stato di disoccupazione  il rifiuto senza giustificato motivo di una congrua offerta di lavoro a tempo pieno ed indeterminato o determinato o di lavoro temporaneo ai sensi della legge 24 giugno 1997, n. 196, nell’ambito dei bacini, distanza dal domicilio e tempi di trasporto con mezzi pubblici, stabiliti dalle Regioni”).

In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria relativa al periodo antecedente alla pronuncia di reintegrazione non può essere superiore a 12 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR.

Il datore di lavoro è condannato, altresì, al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione.

Al lavoratore è attribuita la facoltà di cui all’articolo 2, comma 3 del d.lgs., potendo richiedere in sostituzione del reintegro un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro, e che non è assoggettata a contribuzione previdenziale. Al licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 1 non trova applicazione l’articolo 7 della legge n. 604 del 1966.

Vizi formali e procedurali e revoca del licenziamento.

I vizi tutelati dall’articolo 4 del d.lgs. del 4 marzo 2015, n. 23 sono due:

  • l’omessa motivazione del recesso, in violazione di quanto prescritto dall’art. 2, comma 2, della legge n. 604 del 1966;
  • la violazione degli oneri procedurali prescritti dall’articolo 7 della legge n. 300 del 1970 in tema di licenziamenti disciplinari.

 

Quando il licenziamento è intimato con violazione del requisito di motivazione o della procedura di cui all’articolo 7 della legge n. 300 del 1970, il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a 1 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a 2 e non superiore a 12 mensilità, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti la sussistenza dei presupposti per l’applicazione delle tutele di cui agli articoli 2 e 3 del presente decreto.

In caso di revoca del licenziamento, che deve essere effettuata entro il termine di 15 giorni dalla comunicazione al datore di lavoro dell’impugnazione del medesimo, il rapporto di lavoro si intende ripristinato senza soluzione di continuità, con diritto del lavoratore alla retribuzione maturata nel periodo precedente alla revoca, e non trovano applicazione i regimi sanzionatori previsti dal d.lgs. n. 23.

Licenziamento collettivo.

In caso di licenziamento collettivo ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, intimato senza l’osservanza della forma scritta, si applica il regime sanzionatorio di cui all’articolo 2 del suddetto decreto. In caso di violazione delle procedure richiamate all’articolo 4, comma 12, o dei criteri di scelta di cui all’art. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1991, si applica il regime di cui all’articolo 3, comma 1.

I licenziamenti collettivi, disciplinati dalla Legge 223/1991, si verificano quando un’impresa con più di 15 dipendenti decide di licenziare cinque lavoratori nell’arco di almeno 120 giorni.

La citata legge prevede una rigida e dettagliata procedura: l’obbligo di iniziare con una comunicazione scritta nella quale siano indicati il numero degli esuberi, le ragioni che li rendono necessari e i motivi che impediscono il ricorso a soluzioni alternative, l’iter di negoziazione, prima tra azienda e sindacato, poi, se non si trova un accordo, con le istituzioni, con un tavolo in Regione o al ministero del Lavoro.

Se anche solo una di queste condizioni non viene rispettata, in capo al datore di lavoro sorge l’obbligo di reintegrare immediatamente il lavoratore e di corrispondergli un risarcimento pari alle retribuzioni che avrebbe percepito a far data dal licenziamento.

Tale procedura tuttavia, non si applica ai nuovi assunti, i quali, proprio in virtù del Jobs Act, laddove dovessero essere oggetto di licenziamento collettivo in violazione delle suesposte disposizioni non potranno essere reintegrati ma solo indennizzati.

Solo e soltanto nel caso in cui il datore proceda a licenziamento con comunicazione orale e non scritta (oltre all’ipotesi in cui il licenziamento sia discriminatorio), il nuovo assunto con contratto a tutele crescenti si vedrà reintegrato nel posto di lavoro.

Offerta di conciliazione.

L’articolo 6 del d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23, introduce una modalità di conciliazione volontaria “agevolata” per la risoluzione stragiudiziale delle controversie sui licenziamenti illegittimi (utilizzabile da tutte le aziende a prescindere dal numero di dipendenti e per tutte le tipologie di licenziamento), che consente al datore di lavoro di evitare il ricorso in giudizio offrendo al lavoratore una somma predeterminata in modo certo, non imponibile ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e non assoggettata a contribuzione previdenziale. Si precisa che eventuali somme pattuite in sede conciliativa a chiusura di ogni altra pendenza derivante dal rapporto di lavoro restano assoggettate al regime fiscale ordinario.

Resta ferma la possibilità per le parti di addivenire a ogni altra modalità di conciliazione prevista dalla legge.

La conciliazione volontaria agevolata trova applicazione nei confronti:

  • dei lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato a tutele crescenti;
  • dei lavoratori assunti in precedenza nelle aziende che dopo l’entrata in vigore del decreto delegato supereranno la soglia dei 15 dipendenti ( si ricorda che in questa ipotesi, le norme del suddetto d.lgs., compresa la nuova conciliazione, trovano applicazione anche per i vecchi assunti).

Ai sensi del suddetto articolo, in caso di licenziamento dei lavoratori di cui all’articolo 1, al fine di evitare il giudizio e ferma restando la possibilità per le parti di addivenire a ogni altra modalità di conciliazione prevista dalla legge, il datore di lavoro può offrire al lavoratore, entro i termini di impugnazione stragiudiziale del licenziamento (= 60 giorni dalla ricezione da parte del lavoratore della comunicazione in forma scritta del recesso) e in una delle sedi di cui all’articolo 2113, comma 4, del codice civile, e all’articolo 76 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, un importo che non costituisce reddito imponibile ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e non è assoggettato a contribuzione previdenziale, di ammontare pari a 1 mensilità della retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a due e non superiore a diciotto mensilità, mediante consegna al lavoratore di un assegno circolare.

L’accettazione dell’assegno in tale sede da parte del lavoratore comporta l’estinzione del rapporto alla data del licenziamento e la rinuncia alla impugnazione del licenziamento anche qualora il lavoratore l’abbia già proposta. Le eventuali ulteriori somme pattuite nella stessa sede conciliativa a chiusura di ogni altra pendenza derivante dal rapporto di lavoro sono soggette al regime fiscale ordinario.

Al lavoratore licenziato, trattandosi a tutti gli effetti di licenziamento, oltre alla somma non soggetta ad imposte, è riconosciuto l’accesso agli strumenti di sostegno al reddito per la disoccupazione involontaria (NASpI).

Il datore di lavoro entro 65 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro deve effettuare un’ulteriore comunicazione obbligatoria telematica di cessazione indicando l’avvenuta o la non avvenuta conciliazione di cui al comma 1.

Per omessa comunicazione si applicherà, per ogni lavoratore, la sanzione amministrativa da 100 a 500 euro.

Importante rilevare come la conciliazione obbligatoria preventiva non troverà applicazione in caso di licenziamento dei lavoratori in regime di tutele crescenti. Al licenziamento dei lavoratori assunti con contratto a tutele crescenti, non si applica dunque la procedura conciliativa obbligatoria presso la Direzione territoriale del lavoro (Dtl), prevista dalla legge Fornero (legge n. 92/2012) in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo per le aziende con più di 15 dipendenti.

Se il datore di lavoro occupa meno di 15 dipendenti , la somma offerta in conciliazione al lavoratore, ai sensi dell’art. 9, comma 1, del decreto delegato, è dimezzata per cui a seguito di accettazione dell’offerta di conciliazione il datore di lavoro avrà come limite massimo non superabile quello di 6 mensilità, mentre come criterio di calcolo determinerà una indennità pari a mezza mensilità dell’ultima retribuzione per ogni anno di servizio, col limite minimo pari a una mensilità per l’offerta di conciliazione.

Ma dove sono le tutele crescenti?

Mentre l’originario disegno di legge delega (AS n. 1428 del 2014) prevedeva solo in via eventuale la possibilità di introdurre ulteriori tipologie “espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti” e nei salotti tv della politica si preannunciava una tutela compressa per i primi anni che poi sarebbe stata dilatata ai sensi dell’art. 18 dello Statuto, il decreto attuativo n. 23 ha trasformato ciò che in origine doveva essere un sottotipo contrattuale volto a promuovere l’inserimento nel mondo del lavoro a scapito di una temporanea compressione dei diritti, in una nuova tipologia contrattuale, sostitutiva a tutti gli effetti di quella prevista dall’art. 2094 c.c., applicabile nel settore privato indistintamente a tutti i nuovi assunti a partire dal 7 marzo 2015 e caratterizzata da una riduzione permanente delle tutele in caso di licenziamento illegittimo.

Ciò che cresce quindi non sono le tutele, ma la libertà di licenziare del datore di lavoro a fronte di un’indennità che in ragione del suo carattere certo e determinabile ex ante da un lato riduce al minimo la discrezionalità del giudice e dall’altro rende del tutto irrilevante l’efficacia deterrente della “sanzione” in contrasto con quanto richiesto dal diritto internazionale e dell’UE (“The text specifies, moreover, that when compensation is paid it should be “adequate” – Comitato OIL nel General Survey on protection against dismissal, 1995, par.219 interpretando l’art.10 della Convenzione 158, l’indennizzo deve essere “of a high enough level to dissuade the employer and make good the damage suffered by the employee” – Council of Europe, Digest of the case law of the European Committee of Social Rights, 1 September 2008, 154).

Censure di legittimità costituzionale potrebbero poi essere mosse in relazione alla violazione del principio di eguaglianza/ragionevolezza sancito dall’ art. 3 della Cost, ossia del dovere di disciplinare in modo eguale situazioni uguali ed in modo diverso quelle differenti. Il d.lgs. n. 23/2015 segna infatti una spaccatura netta tra lavoratori di serie A (quelli della P.A. non interessati dal contratto a tutele crescenti) e lavoratori di serie B (quelli del settore privato) e con riferimento a questi ultimi crea una terza categoria, quella dei lavoratori di serie C, assunti dopo il 7 marzo e per questo reintegrati solo in casi di licenziamento discriminatorio, nullo o inefficace.

Se è vero come sosteneva Baldwin che “a good job not only has to pay well, it also has to offer hope”, il contratto a tutele crescenti priva il lavoratore proprio della speranza catapultandolo in uno stato di incertezza e stabile precarietà.

 

 

RICORDO DEL PROF. VINCENZO PERCHINUNNO ORDINARIO DI PROCEDURA PENALE NELL’UNIVERSITÀ DI BARI (1934-2014)

 

Non è facile tracciare in poche righe un ricordo del Prof. Vincenzo Perchinunno, per me e gli altri Suoi allievi semplicemente “il Professore” o “il Prof.”.

Non è facile perché, avendo avuto il privilegio di frequentarLo per venticinque anni, i ricordi sono innumerevoli e molti particolarmente belli e significativi.

Se è vero che la Vita è fatta di coincidenze, è stata una straordinaria coincidenza a consentirmi di conoscerLo.

Da studente, non avevo frequentato le Sue lezioni: in base alla lettera del mio cognome appartenevo, infatti, al corso di Procedura Penale impartito dal Prof. Giuseppe Ruggiero (insigne giurista scomparso, per un’altra singolare coincidenza, appena pochi mesi prima del Prof. Perchinunno).

Affascinato dalla materia, e pieno di entusiasmo per l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, dopo aver superato l’esame chiesi al Prof. Ruggiero la disponibilità a seguirmi nel mio lavoro di tesi. Acconsentì, ma qualche mese dopo fu eletto dal Parlamento componente del Consiglio Superiore della Magistratura, con conseguente incompatbilità a svolgere attività didattica per tutta la durata del mandato. Al Prof. Perchinunno, già titolare da molti anni della Ia cattedra di Procedura Penale (A-L), fu pertanto attribuita per supplenza anche la cattedra del Prof. Ruggiero (Q-Z).

Ricordo la preoccupazione per questa imprevista sostituzione del Relatore della mia tesi di laurea a pochi mesi dalla discussione: non avevo, infatti, mai avuto occasione di conoscere il Prof. Perchinunno. E invece fu quello l’inizio per me di una meravigliosa avventura, umana e professionale.

Dopo la laurea, infatti, fui ammesso dal Professore a frequentare come cultore della materia l’Istituto di Diritto e Procedura Penale (così avrebbe continuato a chiamarlo, anche dopo la sua trasformazione in Dipartimento): pur avvertendomi che la carriera accademica presentava delle enormi difficoltà e non poteva garantirmni alcuna certezza per il futuro, non volle deludere la mia aspirazione di voler approfondire lo studio della Procedura Penale e la mia passione per la scrittura e la ricerca (“Come si fa ad impedire ad un giovane così volenteroso di studiare?” – furono le Sue parole).

Cominciai così pian piano, giorno per giorno, a conoscere quest’Uomo straordinario, un gentiluomo d’altri tempi, ancorato alle più sane tradizioni, con il culto della Famiglia (non ricordo di averlo mai visto partecipare ad un Convegno di studi senza avere accanto a Sé la Sig.ra Sandra), eppure aperto alla modernità e sempre disposto all’ascolto. E più la conoscenza diveniva profonda, più aumentava la mia ammirazione nei Suoi confronti e il desiderio di emularLo.

So che mi ha voluto molto bene e altrettanto Gliene ho voluto io, anche se forse non ce lo siamo mai detto. D’altronde, dopo tanti anni di frequentazione, spesso le parole risultavano superflue: bastava uno sguardo o un cenno per intenderci alla perfezione.

Vincenzo Perchinunno è stato un Docente eccezionale, un Avvocato di razza, un raffinato Studioso del processo penale e dei diritti fondamentali della persona. Ci ha lasciato un immenso patrimonio di dottrina: è sufficiente soltanto ricordare il suo importante contributo alla redazione di un “Manuale di Procedura Penale” adottato in moltissime sedi universitarie e particolarmente apprezzato da Studenti e Colleghi.

Ma del Suo alto Magistero mi piace ricordare soprattutto il bellissimo rapporto che aveva con gli Studenti, verso i quali mostrava sempre grande disponibilità, garbo e rispetto in ogni momento della vita universitaria (lezioni, tutorato, esami, sedute di laurea).

Da giovane assistente, frequentai le Sue lezioni e fui subito profondamente colpito dalla Sua grande capacità di comunicare agli studenti concetti anche molto complessi con estrema chiarezza e di rendere didattica l’esperienza professionale forense. Amava concludere le lezioni sollecitando la loro curiosità e stimolandoli a formulare domande, in un dialogo aperto e franco.

Al sabato mattina, giorno dedicato al ricevimento dei laureandi – sempre particolarmente numerosi, grazie alla passione e all’entusiasmo per la disciplina che riusciva a trasmettere loro -, ma anche giorno nel quale potevo più che in altri momenti discutere con Lui dei temi di ricerca che mi aveva assegnato e sottoporre alla Sua attenzione i miei lavori, erano sempre gli studenti ad avere la precedenza. E l’interesse degli studenti veniva anteposto a qualunque altro impegno del Professore: ricordo, per esempio, che puntualmente ogni anno veniva invitato a partecipare all’inaugurazione della Fiera del Levante (si trattava sempre di un sabato di settembre), ma rinunciava volentieri a questo appuntamento – al quale molti vip avrebbero voluto a tutti i costi intervenire, data la presenza, di solito, del Presidente del Consiglio in carica – per non venir meno all’appuntamento settimanale con i Suoi Studenti. La mondanità, del resto, non gli apparteneva, essendo rimasto, nonostante la Sua notorietà, una persona semplice e riservata.

Durante gli esami – momento per me particolarmente formativo, perchè il Professore mi voleva seduto accanto a Sè ed era quindi una straordinaria occasione di apprendere non solo la Sua profonda dottrina, ma anche il Suo metodo di valutazione della preparazione degli studenti – non ricordo mai un gesto di intemperanza, anche quando la stanchezza avrebbe potuto avere il sopravvento dopo aver esaminato, con il necessario scrupolo e rigore, decine e decine di studenti. All’ultimo studente da interrogare riservava la stessa attenzione che aveva avuto per il primo candidato della sessione. Mi impressionava soprattutto la Sua straordinaria capacità di osservazione e di introspezione psicologica: riusciva, con doti non comuni, a comprendere in pochi attimi lo stato d’animo e il mondo interiore dello studente che gli sedeva di fronte. E non lesinava mai parole di incoraggiamento, spronando gli studenti a fare sempre di più e meglio.

Anche le sedute di laurea – nelle quali tornava ad indossare quella Toga che con grande valore e dignità indossava quotidianamente nelle Aule di Giustizia, con assoluta dedizione verso i Suoi patrocinati, ma allo stesso tempo con assoluto rispetto delle norme e delle prescrizioni deontologiche, anche non scritte – erano per il Professore un momento importante e non uno stanco rituale da sbrigare alla svelta: si immedesimava negli studenti, al traguardo di una tappa importante della loro esistenza, e nella gioia e soddisfazione dei loro familiari, dopo tanti sacrifici e patemi d’animo per giungere a quella agognata meta.

Sulla scìa di altri grandi Maestri come Aldo Moro e Renato Dell’Andro – del quale fu Allievo – Vincenzo Perchinunno ci ha lasciato soprattutto una grande eredità morale e un patrimonio di Valori che custodirò per sempre nel mio cuore con immensa gratitudine.

Valori tanto più importanti in una Università profondamente diversa da quella nella quale il Professore ha profuso il Suo impegno per tanti anni – lasciando un segno indelebile – e nella quale non si sarebbe riconosciuto. Una Università, quella degli ultimi anni, burocratizzata fino all’estremo e nella quale più che il valore umano e professionale dei docenti e le esigenze formative degli studenti sembrano contare soprattutto i numeri e astruse formule matematiche (“crediti”, “mediane”, “valutazioni bibliometriche” e algoritmi vari).

I preziosi insegnamenti del Professore, il Suo luminoso esempio saranno per me e per tutti noi una guida e uno stimolo per cercare di realizzare una Università davvero al servizio degli studenti, un processo penale più giusto, un mondo migliore.

 

Grazie, Professore. Di tutto. Ci vediamo sabato. In Istituto.

 

Nicola Triggiani

“Raffaele Sollecito come Forrest Gump”

“Raffaele Sollecito come Forrest Gump”

L’imputato Raffaele Sollecito è un “puro che si vede coinvolto in cose più grandi di lui di cui non si è nemmeno reso conto”, proprio come è successo al protagonista del film ‘Forrest Gump’. Giulia Bongiorno ha, oggi, utilizzato questo paragone per chiedere ai giudici della V sez. pen. della Cassazione di annullare la condanna a 25 anni di reclusione inflitta a Raffaele Sollecito dalla Corte di Assise di Appello di Firenze il 30 gennaio 2014.

Questa mattina, l’imputato appena trentunenne, si è presentato al Palazzaccio di piazza Cavour, apparentemente tranquillo, e ha preso posto in prima fila, alle spalle del suo avvocato. Contrariamente a quanto aveva deciso e dichiarato in un primo momento ha lasciato Roma, dopo pranzo, per tornare a Bisceglie – suo paese natale nella provincia di Bari – , in macchina, accompagnato da alcuni parenti e dalla sua fidanzata, Greta. Ha preferito attendere il verdetto a casa sua. Il suo allontanamento è stato interpretato da molti come una fuga, ma l’avvocato Bongiorno ha voluto ribadire che il suo assistito ha la coscienza pulita, non sta scappando e chiedendo, poi, ironicamente “secondo voi dove va?”. Sollecito ha spiegato di non voler ‘dare spettacolo’, e la tensione, sempre più difficile da gestire, ha preso il sopravvento.
Dopo oltre dieci ore di camera di consiglio ecco di nuovo le porte dell’aula spalancate. Pochi minuti dopo le 22:30, la V sez. pen. della Suprema Corte, presieduta da Gennaro Marasca, annulla, come richiesto da Raffaele e Amanda, la sentenza della Corte di Assise di Appello di Firenze (del 30 gennaio 2014), per non aver i ricorrenti commesso il fatto. Dal verdetto pare che i giudici siano stati persuasi dai legali del barese, i quali hanno più volte ripetuto che la sentenza di appello “è piena di errori grossolani e contraddizioni”.
Amanda Knox, che si trova a Seattle, è stata condannata a 3 anni di reclusione per calunnia ai danni di Patrick Lumumba (oggi presente in Cassazione), che non sconterà avendo già subito una carcerazione preventiva superiore alla pena inflitta, e chiederà, anzi, il risarcimento per ingiusta detenzione. Il legale dell’americana, l’avv. Dalla Vedova, afferma in piazza Cavour che sebbene questa sia una grande soddisfazione, non è una sorpresa. Nulla di inatteso, quindi.
“Finalmente è finita!”, esclama Vanessa Sollecito, sorella di Raffaele, dopo la lettura della sentenza di assoluzione.
Dopo la pronuncia, commossa, l’avv. Bongiorno corre fuori dall’aula per chiamare il suo assistito: “sei libero!”. E ripete, sulle scale del Palazzaccio “Basta!Basta!Basta! È stata una battaglia durissima, era pacifico che Sollecito fosse innocente, e questa cassazione ha avuto il coraggio di affermarlo. Ora Raffaele torna a riprendersi la sua vita”.
L’avv. Maori – altro difensore di Sollecito – anch’egli soddisfatto, afferma che trattasi di una grande vittoria, non solo per due ragazzi che soffrono da troppo tempo ingiustamente (8 anni), ma per l’Italia tutta.

ARIANNA BONI

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Cos’è “AboutIUS”? Lettera di Presentazione

Per i curiosi e diffidenti

L’anno nuovo ci permette e, più coscientemente, ci obbliga ad una riflessione di quello che è stato l’anno passato. Per i più ottimisti, l’arrivo dell’anno nuovo è un punto di partenza per nuovi traguardi, nuove speranze e altrettante promesse. Lasciamo da parte per un secondo le promesse e concentriamoci invece sulle premesse.

La prima premessa è un patto che dobbiamo sottoscrivere con noi stessi: non accostare più alla parola giustizia il sostantivo “sistema”. La giustizia deve dare risposte, soluzioni ai problemi, tutele ai diritti e per questo motivo appare controproducente parlare di “sistema giustizia”, come spesso si legge sui giornali. La giustizia non è una lobby, non è neanche un mercato monopolistico con barriere all’entrata ( costi esorbitanti per chi vuole esercitare le professioni forensi) e zero ostacoli all’uscita ( si contino tutti gli avvocati italiani che si stanno cancellando dall’albo). La giustizia è una costola dell’intera società civile che abbiamo costruito nel corso dei secoli e può essere efficiente solo se tutta la società civile è volta al miglioramento ed al progresso. La giustizia non è, invece, e non deve essere un vaso di pandora dove raccogliere tutti i mali sperando che qualcuno munito di uno scettro, magari un giudice, possa risolverli. La giustizia è ( e deve essere ) ristoro, accoglienza, equità, eguaglianza e soprattutto fiducia.

Approfondiamo il significato di quest’ultima parola, “fiducia”, in contrapposizione al sottotitolo     (“Per i curiosi e diffidenti”). I curiosi, per noi, sono quelli che ancora si spingono oltre, quelli che approfondiscono la conoscenza del diritto, quelli che posseggono la c.d. “curiositas”, sete di conoscenza che non conosce appagamento; quando abbiamo parlato di “curiosi”,nel sottotitolo, non facevamo riferimento ai potenziali lettori della nostra rivista ma a coloro che, nonostante i tempi di crisi e le ristrettezze a cui siamo chiamati a far fronte, con occhi nuovi e con una lente di ingrandimento vogliono esplorare il mondo del diritto, in tutte le sue parti e in tutte le sue sfaccettature. Passiamo ai “diffidenti”; anche in questo caso non intendevamo rivolgerci alla platea dei diffidenti della nostra rivista bensì ai “diffidenti” di cui parla l’enciclopedia Treccani: “Mancanza di fiducia negli altri per timore o per sospetto di essere ingannati”. Completiamo la frase aggiungendo alla parola “diffidenti” le parole “nei confronti della giustizia” e il puzzle ci da un risultato tragicomico. Si corre il rischio oggigiorno di non avere più fiducia ( leitmotiv di quest’articolo) nei confronti dei paladini della giustizia e dei garanti del quieto vivere.

Da dove deriva allora quest’allarme sociale che dobbiamo analizzare e non assecondare? Gli ultimi casi di cronaca giudiziaria impongono importanti riflessioni: l’esigua pena comminata alla Franzoni sicuramente è un buon punto di partenza per comprendere il disagio avvertito dai più nei confronti della giustizia; sicuramente l’assoluzione degli imputati nel processo che ha visto la morte di una persona, Stefano Cucchi, senza responsabili ne costituisce una base importante. Se volessimo aggiungere altri ingredienti all’impasto, la lista della spesa sarebbe lunga e costosa.

Per correttezza ed onestà intellettuale non possiamo esimerci dalla descrizione di altri eventi. Tra tutti, la contaminazione di politici, imprenditori e organizzazioni criminali, facce di una medaglia che non vorremo mai vedere e invece purtroppo vediamo nella vita di tutti i giorni, come nell’operazione “Mafia capitale”; l’assoluzione in secondo grado dell’allora premier Silvio Berlusconi per il “Caso Ruby” mal digerita da molti che ha posto problemi tra etica, istituzioni e diritto. E se l’indigestione è una costante, aggiungiamo l’”amaro”dell’”inchiesta Mose” che ha portato all’arresto del sindaco di una delle città più importanti come Venezia. Fa male aggiungere altro materiale ad un film ricco di contenuti che nulla ha più da raccontare ma i retroscena della testimonianza dell’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella “Trattativa Stato-Mafia” restano ancora oscuri e qui allora si rischia di raccontare una storia con dei personaggi in cerca d’autore, o meglio, di responsabili. La memoria non ci inganni neanche quando dobbiamo ricordare che il Parlamento ha rinviato per settimane e settimane l’elezione dei giudici della Corte Costituzionale e del Consiglio Superiore della Magistratura.

Ed ecco allora che la rivista “aboutIUS” cerca di portare ossigeno nuovo a polmoni grigi, offre possibilità ai tanti giovani confusi dall’incertezza del contingente momento storico di tornare a sperare e soprattutto,con occhio critico, non vedrà ciò che vuole vedere ma avrà occhi per guardare.

Silvio Giannini <silviogiannini@hotmail.it>