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ANNULLATI GLI INTERESSI APPLICATI DA EQUITALIA PERCHE’ NON ADEGUATAMENTE MOTIVATI.

ANNULLATI GLI INTERESSI APPLICATI DA EQUITALIA PERCHE’ NON ADEGUATAMENTE MOTIVATI.

Commissione Tributaria Provinciale di Lecce, nr. 620 del 26 febbraio 2016

 

Una Società Cooperativa a r.l. ha proposto ricorso dinanzi la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce avverso una cartella esattoriale emessa da Equitalia Sud spa chiedendone l’annullamento, tra l’altro, per difetto di motivazione ed illegittimità per eccessività dell’aggio applicato.

La Commissione Tributaria Provinciale ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la pretesa limitatamente agli interessi ed all’aggio: quanto agli interessi, compresi quelli di mora, secondo l’organo giudicante, non vi sarebbe stata alcuna indicazione del tasso, di modo che la quantificazione così come operata dall’Ufficio di riscossione non era suscettibile di essere controllata.

Egualmente dicasi per il compenso di riscossione, la cui determinazione non era suscettibile di alcun controllo: manca ogni riferimento normativo e l’indicazione della percentuale.

Secondo la Commissione bisogna tener conto che l’intelligibilità della pretesa va valutata in relazione alla capacità di comprensione dell’uomo medio: la conoscenza dei tassi di interesse e della percentuale relativa al compenso di riscossione costituisce patrimonio di un tecnico in materia tributaria e non certamente del cittadino – uomo medio.

La decisione che ha accolto le doglianze del ricorrente stabilisce dei principi univoci e fondamentali che Equitalia deve rispettare per evitare gravi danni economici al contribuente.

Nella cartella esattoriale devono essere, quindi, sufficientemente motivate tutte le voci indicate.

Numerose sentenze si sono pronunciate in passato sul punto: l’importo preteso a titolo di indennità di mora, denominato “interessi di mora” e ricompreso nell’importo totale della cartella, deve essere intellegibile per il contribuente, non essendo sufficiente che nelle singole cartelle venga riportata unicamente la cifra totale degli interessi dovuti, senza alcuna indicazione del metodo di calcolo e senza specificare le singole aliquote applicate alle varie annualità.

La Corte di Cassazione Civile, Sezione tributaria con la sentenza n. 4516 del 21.03.2012 ha affermato che non competono al contribuente difficili indagini per ricostruire “l’operato dell’ufficio” e decifrare un computo degli interessi “criptico e non comprensibile”.

In tale situazione si riscontra un difetto di motivazione della cartella stessa.

Nella stessa direzione e sempre in tema di adeguata motivazione anche l’ordinanza n. 8934 della Cassazione Civile sez. VI-T, del 17 aprile 2014 che ribasce che “l’obbligo di una congrua, sufficiente ed intelligibile motivazione non può essere riservato ai soli avvisi di accertamento della tassa” e che “alla cartella di pagamento devono ritenersi comunque applicabili i principi di ordine generale indicati per ogni provvedimento amministrativo”.

Nella stessa direzione si ricorda la sentenza della Corte di Cassazione nr. 8651/2009.

Pertanto, le cartelle che non dettagliano puntualmente il conteggio degli interessi e le aliquote applicate alle varie annualità sono affette da nullità. Per la Cassazione si tratta di atti lesivi del diritto alla difesa del contribuente e a nulla vale che l’iter dell’accertamento sia già giunto a conclusione ed il contribuente stesso sia informato.

avv. Gabriella Panaro – info: avvgabriellapanaro@gmail.com

Fisco: il Garante del Contribuente scende in campo e scioglie i dubbi su Canone Rai e Mediazione.

Fisco: il Garante del Contribuente scende in campo e scioglie i dubbi su Canone Rai e Mediazione.

Alla luce delle novità apportate dalla Legge di Stabilità e dalla parziale riforma del processo tributario, molte sono le criticità che si palesano sul campo e preoccupano l’onesto contribuente.

Nella propria relazione annuale 2015, il Garante del Contribuente pone l’accento sulle modifiche che rischiano di minare definitivamente il rapporto tra Fisco e contribuente: dal sistema antielusivo adottato per fronteggiare l’evasione del contributo annuale Rai-Tv, al nuovo istituto della mediazione.

Per quanto concerne il canone Rai, il sistema adottato dall’art. 1, comma 153, della Legge n. 208/2015 non sembra idoneo a fronteggiare adeguatamente l’alto tasso di evasione del contributo annuale Rai-Tv e, a causa del mancato lavoro di coordinamento della nuova norma con l’Ordinamento tributario, rischia addirittura di comportare gravosi oneri per il Fisco.

Orbene, la previsione della “presunzione” di possesso di un apparecchio radiotelevisivo a carico del titolare di una fornitura di energia elettrica nella città in cui l’utente è residente modifica la concezione originaria che la categoria concettuale delle presunzioni possiede nel nostro Codice, in quanto risulta in tal caso priva dei requisiti necessari ex art. 2729 c.c. (gravità, precisione e concordanza).

Si rammenta, inoltre, che la fattura emessa dal fornitore di energia elettrica non è un atto impugnabile né tanto meno esecutivo. Pertanto, nel caso in cui l’Ente impositore emani un avviso di accertamento, andrebbe sicuramente in contro ad una via troppo onerosa, considerata l’esiguità della somma eventualmente dovuta dal contribuente. Se, invece, conferisce alla fattura carattere esecutivo al fine di provvedere successivamente alla riscossione tramite Equitalia, dovrebbe munire la stessa di tutte le informazioni di garanzia previste dallo Statuto del Contribuente. In entrambi i casi, ipotesi azzardate e gravose per il Fisco.

Peraltro, ammesso e non concesso che una delle due strade sopra descritte sia percorribile, il carattere parzialmente esecutivo della fattura creerebbe gravi disagi logistici anche a carico del contribuente, il quale, in caso di impugnazione, dovrebbe presentare il ricorso alla C.T.P. del luogo dove ha sede legale la società fornitrice di energia elettrica, notoriamente lontana dalla residenza del ricorrente.

Per quanto riguarda la mediazione, invece, con l’art. 9 del D.Lgs. 156/2015 è stato esteso l’istituto deflattivo anche agli atti emessi dalle Regioni, Enti locali e da tutti gli enti impositori. Una norma, tuttavia, applicabile solo compatibilmente con la struttura amministrativa dell’Ente in questione. In particolare, la proposta di mediazione deve essere valutata ad opera di un’apposita struttura autonoma da quelle che hanno curato l’istruttoria dell’atto impositivo, pertanto, il problema sorge per i piccoli Comuni o per gli Enti impositori che hanno un organico amministrativo limitato, con la difficoltà concreta di attivare una struttura distinta ed indipendente.

Ciò posto, atteso che a ciascun contribuente è garantito in egual misura il diritto di difendersi e quindi la possibilità di proporre la mediazione, vi è da chiedersi chi dovrà attivarsi e come bisogna procedere per accertare preventivamente la predetta compatibilità. Traspare con nitore, pertanto, il concreto rischio che il cittadino di un Comune con un numero limitato di unità rimanga comunque pregiudicato dalla nuova normativa, con una lampante disparità di trattamento rispetto ad altri cittadini, e ciò solo per ragioni di carattere amministrativo e organizzativo. Un vuoto normativo che può solo arrecare danno al contribuente onesto ed intralcio al processo tributario.

Dr. Carlo J. Ciminiello – info:c.ciminiello@libero.it

REDDITO DI IMPRESA: SMENTITO IL FISCO

REDDITO DI IMPRESA: SMENTITO IL FISCO

Corte di Cassazione – sentenza nr. 3587 del 24 febbraio 2016

Smentita l’Amministrazione finanziaria. La società partecipata può dedurre i costi di servizi professionali dalle fatture emesse dalla capogruppo. E’ quanto si desume dalla recente sentenza della Suprema Corte n. 3587/2016.

I giudici di Piazza Cavour confermano quanto affermato dalla CTR, ribadendo che anche volendo qualificare il rapporto tra le due compagini come mandato senza rappresentanza, esse conservano una autonoma e distinta  soggettività giuridica all’interno del gruppo.

La vicenda trae origine dalla notifica da parte dell’Agenzia delle Entrate di un avviso di accertamento nei confronti di una S.r.l., avente ad oggetto la maggiore imposta dovuta dalla società a titolo di Irpeg e Irap in relazione a costi ritenuti indeducibili.

La CTR del Piemonte rigetta l’appello proposto dall’amministrazione finanziaria annullando l’atto impositivo emesso dalle Entrate, sulla scorta dell’assunto secondo cui la società capogruppo non si rivolge a terzi per acquistare beni o servizi successivamente trasmessi alla società partecipata, ma esegue direttamente la prestazione di servizi, fatturando poi “pro quota” a ciascuna consociata la somma concordata. Pertanto, pur aderendo alla tesi dell’Ufficio, ovvero qualificando il rapporto ex art. 1705 c.c. (mandato senza rappresentanza), ciò non legittima comunque il recupero delle imposte sui redditi, poiché il mandatario senza rappresentanza – ossia la società capogruppo – non può dedurre dal reddito il corrispettivo versato al terzo fornitore, essendo il relativo importo considerato come spesa per la esecuzione del contratto integralmente rimborsata dal mandante – società partecipata – ai sensi degli artt. 1719 e 1720, comma 1, c.c.

In altri termini, secondo gli Ermellini, la somma che la partecipata rimborsa alla capogruppo costituisce il costo del servizio o bene fornito dal terzo, acquistato dal mandatario in nome proprio ed erogato al mandante.

La pronuncia della Suprema Corte pare assolutamente condivisibile in quanto la tesi  prospettata dal Fisco non risulta ex se sufficiente a dimostrare che la capogruppo realizzi con la fatturazione un mero ribaltamento di costi senza applicazione di alcun ricarico.

Di conseguenza, la suddetta spesa, se risulta inerente ai sensi dell’art. 109 Tuir, costituisce un regolare componente negativo del reddito e, come tale, potrà ritenersi deducibile per la società partecipata.

 

dott. Carlo J. Ciminiello – info: c.ciminiello@libero.it

LA GENESI DELLE STARTUP INNOVATIVE A VOCAZIONE SOCIALE E DEGLI INCUBATORI CERTIFICATI.

LA GENESI DELLE STARTUP INNOVATIVE A VOCAZIONE SOCIALE E DEGLI INCUBATORI CERTIFICATI.

di Giuseppe Spadone

 

SOMMARIO: I. Premesse – II. Le Startup innovative e criteri d’individuazione. – III. Le startup innovative a vocazione sociale. IV. Iscrizione nella sezione speciale delle Camere di Commercio per le startup innovative e a vocazioni sociale. V. Gli incubatori certificati di startup innovative. VI. Conclusioni

1. Premesse

La parola cardine dalla quale nasce la presente ricerca è innovazione. Quest’ultima, più che come una realtà, nasce come un’esigenza, e trova le sue radici nel contesto storico-economico dell’Italia di questi anni.

La spinta propulsiva perché si iniziasse a intravedere nell’innovazione la possibilità di uno sviluppo ancora inesplorato è ravvisabile, infatti, proprio nella contingenza storica contemporanea. Dall’inizio della crisi[1] ad oggi, il PIL dell’ Italia è crollato, facendo segnare un complessivo -8,8%[2], pari a una perdita di oltre 150 miliardi di euro.

Il Prodotto interno lordo italiano, ovvero la ricchezza complessiva del Paese, alla fine del 2012 ammontava a circa 2.013,263 miliardi di dollari USA[3]; nel primo trimestre del 2013, il PIL Italia ha fatto registrare una contrazione dello 0,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, confermandosi nel secondo trimestre del 2013 con un ulteriore calo dello -0,2%. Comparando il secondo trimestre del 2013 con gli stessi mesi dell’anno precedente, il calo registrato era addirittura del -2,0%[4].

Nel 2104 l’economia italiana ha smesso di affondare, ma la risalita risulta lenta e ostacolata dal peso del debito pubblico (di famiglie, imprese, banche o settore pubblico) e dalla necessità di ricapitalizzazione del sistema bancario.

Solo in questo anno si prevede un aumento del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari allo 0,7% in termini reali, cui seguirà una crescita dell’1,2% nel 2016 e dell’1,3% nel 2017.

Già nel 2012, l’Italia aveva scelto di muoversi e di competere nel nuovo scenario che la crisi globale aveva aperto, cercando di diventare un Paese più ospitale per le nuove imprese innovative quelle che comunemente oggi chiamiamo: startup.

Grazie alla scienza e alle tecnologie più recenti, infatti, è possibile intercettare e soddisfare nuovi bisogni, che possono dare vita ad imprese che generano sviluppo e ricchezza. Negli Stati Uniti, come in altri paesi del mondo, questo processo è stato avviato già quasi dieci anni fa.

In Italia, nell’epoca industriale, le imprese si formavano aggiungendo il lavoro al capitale; crescevano in modo lineare, sfruttando le economie di scala, mentre l’unico carattere di innovatività consisteva nel pianificare sempre meglio le modalità di produzione.

Nell’epoca contingente ciò non si verifica più. La crisi ha stroncato migliaia di vecchie imprese, “sostituite” da nuove attività economiche dotate, il più delle volte e cumulativamente, di un’idea, di un team di fondatori e di un alto tasso d’innovazione.

Tali imprese cercano capitali, mentori e collaboratori per sviluppare l’idea innovativa posta alla base dell’attività imprenditoriale, per portarla allo stadio di prototipo e sperimentarlo, ed infine per poter arrivare a vendere un prodotto o un servizio, appunto, innovativo.

Queste piccole, nuove aziende innovative si trasformano in imprese capaci di “stare sul mercato”, oppure si vendono a grandi aziende che le acquisiscono per innovare loro stesse. In ogni caso, generano esperienza, cultura imprenditoriale, e conoscenza, creando nuova occupazione ed esplorando nuove possibilità imprenditoriali.

Questa nuova cultura imprenditoriale, con tutte le problematiche da essa derivanti, non poteva certo lasciare indifferente il legislatore, che ancora una volta è stato chiamato a dettare le linee guida necessarie per disciplinare il fenomeno.

L’intervento normativo con cui il Legislatore ha regolato la materia di cui si discute è il Decreto Legge n. 179 del 18 Ottobre 2012, recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese“, pubblicato all’interno del supplemento ordinario n. 194/L alla Gazzetta Ufficiale del 19 Ottobre 2012, n. 245; tale decreto legge, che, in forza del suo contenuto, è più noto come Decreto crescita 2.0, è stato convertito con legge del 17 dicembre 2012, n. 221. Questo promuove lo sviluppo dell’economia e della cultura digitali, nonché la ricerca e l’innovazione tecnologiche, quali fattori essenziali di progresso e opportunità di arricchimento economico, culturale e civile.

Con tale disposizione normativa, in buona sostanza, l’innovazione diviene il perno di una crescita sostenibile che mira al rafforzamento della competitività delle imprese.

Il Legislatore ha posto tra i capisaldi del predetto decreto temi riguardanti le infrastrutture, i servizi digitali, i nuovi strumenti fiscali per agevolare la realizzazione di opere infrastrutturali con capitali privati, l’attrazione degli investimenti esteri in Italia e gli interventi di liberalizzazione in particolare in campo assicurativo.

Ad ogni modo, per ciò di cui qui si tratta, quella che più rileva è sicuramente la disciplina contenuta nella sezione IX del Decreto (artt. 25-32), la quale riguarda le misure specifiche per favorire la nascita e lo sviluppo delle startup cosiddette innovative, che per la prima volta vengono riconosciute dalla legislazione italiana.

Le nuove norme relative alle startup trovano il loro fondamento nel contenuto del Rapporto Restart, Italia!; quest’ultimo è stato elaborato da una task force sulle startup nominata ad hoc ed istituita nell’aprile 2012 dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico dott. Corrado Passera.

La task force sulle startup era composta da dodici esperti provenienti dal mondo dell’impresa, del venture capital, dell’accademia, del giornalismo e della Pubblica Amministrazione, ed il suo coordinamento è stato affidato al consigliere del Ministro dott. Alessandro Fusacchia..

In seguito ad un processo di gestazione compiutosi in consultazione con diverse centinaia di cittadini e stakeholders[5] operativi nel settore, il Rapporto Restart, Italia! è stato reso pubblico il 13 settembre 2012.

2. Le Startup innovative e criteri d’individuazione

Come anticipato nella premessa, l’art.25 della legge del 17 dicembre 2012, n. 221, introduce una nuova figura d’impresa individuata con il nome di start up innovativa.

La disciplina di questo tipo di società nasce dall’intento dello Stato di contribuire allo sviluppo di una quella nuova cultura imprenditoriale di cui abbiamo parlato.

L’obiettivo è di creare un ecosistema maggiormente favorevole all’innovazione, che miri a promuovere una maggiore mobilità sociale e ad attrarre in Italia talenti e capitali dall’estero.

A norma dell’art. 73 del T.U.I.R, nella nozione di startup innovativa rientrano esclusivamente le società fiscalmente residenti in Italia le cui partecipazioni al capitale sociale non sono quotate in un mercato regolamentato o in un sistema multilaterale di negoziazione; possono essere costituite in società di capitali di diritto italiano ovvero da Societas Europaea[6] residenti in Italia ai sensi dell’articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.

Nella definizione di startup innovativa rientrano, pertanto, sia le Società a responsabilità limitata (compresa la nuova forma di s.r.l. semplificata o a capitale ridotto), sia le Società per Azioni che le Società in accomandita per azioni e le Società cooperative.

A seguito delle modifiche intervenute in sede di conversione del D.L. n 179/2012 – a sua volta modificato dal D.L. n. 76 del 28 giugno 2013 e convertito nella Legge n. 99 del 9 agosto 2013 -, per rientrare nella qualifica di startup innovativa devono essere rispettati contemporaneamente una serie di requisiti che vengono definiti cumulativi, oltre ad almeno uno degli ulteriori requisiti cosiddetti alternativi. I primo impongono che:

– la società deve essere già costituita e svolgere l’attività d’impresa da non più di quarantotto mesi (art. 25, comma 2, lett. b);

la sede principale degli affari e degli interessi della società deve essere in Italia (art. 25, comma 2, lett. c); a partire dal secondo anno di attività della startup innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non deve essere superiore a 5 milioni di euro (art. 25, comma 2, lett. d);

– le società costituite precedentemente rispetto all’entrata in vigore del decreto non devono aver distribuito utili, né possono distribuirli per i seguenti cinque anni; la stessa disposizione è valida anche per le Newco (art. 25, comma 2, lett. e); l’oggetto sociale deve consistere, esclusivamente o prevalentemente, nello sviluppo e nella commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico (art. 25, comma 2, lett. f); la startup non deve essere costituita da una fusione, scissione societaria o dalla cessione di azienda o di ramo di azienda (art. 25, comma 2, lett. g);

I requisisti alternativi previsti dall’art. 25,co. 2, lett. h del citato D.L. 179/2012 prevedono, invece, che:

1) le spese in ricerca e sviluppo devono essere uguali o superiori al 15 per cento [7]del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione [8] della startup innovativa. Dal computo per le spese in ricerca e sviluppo sono escluse le spese per l’acquisto di beni immobili; le spese di cui tener conto devono risultare dall’ultimo bilancio approvato, e devono essere descritte in nota integrativa.[9] In assenza di bilancio nel primo anno di vita della società, il sostenimento delle predette spese è assunto tramite dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante della startup innovativa;

2) l’impiego come dipendenti o collaboratori a qualsiasi titolo, in percentuale uguale o superiore al terzo della forza lavoro complessiva, deve essere composto di personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o deve svolgere un dottorato di ricerca presso un’università italiana o straniera. In alternativa, il personale deve essere in possesso di laurea e o deve aver svolto svolto, per almeno tre anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati, in Italia o all’estero;

3) la titolarità o la licenza di almeno una privativa industriale relativa a una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale direttamente afferenti all’oggetto sociale e all’attività d’impresa.

Tra le modifiche attuate all’originario art. 25, del D.L. n.179/2012 riguardanti i requisiti cumulativi, quella sostanzialmente più interessante, effettuata in sede di conversione, riguarda l’oggetto sociale.

Dapprima, infatti, era richiesto che l’oggetto sociale fosse costituito esclusivamente “dallo sviluppo, dalla produzione e dalla commercializzazione di prodotti e servizi innovativi” (art 25, comma 2, lett. f), chiudendo così a tutte quelle imprese che nello statuto sociale avessero previsto l’effettuazione di attività propedeutiche o accessorie alla mission aziendale o di un’attività diversa, del tutto residuale.

Sebbene questa apertura sia da valutare positivamente, sono sorte alcune perplessità rispetto all’effettiva individuazione dell’attività prevalente. La soluzione a questo problema potrebbe essere l’utilizzo dei parametri stabiliti dall’art. 149 del T.U.I.R, riguardanti gli enti non commerciali, quali la prevalenza delle immobilizzazioni, dei ricavi e dei costi relativi all’attività di ricerca e sviluppo rispetto all’attività complessivamente esercitata.

Il D.L. n.    76 del 28 giugno 2013, convertito nella Legge n. 99 del 9 agosto 2013, ha, invece, abrogato la norma di cui all’art. 25, comma 2, lettera a), contenuta nel D.L. n.179/2012; a seguito della cancellazione del primo dei requisiti cumulativi, infatti, non è più richiesto il possesso della maggioranza del capitale sociale della startup innovativa da parte di soci persone fisiche.

Con riferimento ai requisiti alternativi, la legge di conversione ha chiarito la nozione di “spese in ricerca e sviluppo”, stabilendo che con tale locuzione si devono intendere le spese definite tali dai principi contabili [10].

Non essendo specificato se si debba aver riguardo ai principi contabili nazionali o internazionali, si ritiene preferibile far ricorso al corpo di principi contabili utilizzato dalla società.

Pertanto, se l’impresa predispone il bilancio in base ai principi contabili internazionali, si servirà dello Ias 38[11], mentre se adotta i principi contabili nazionali farà riferimento al documento Oic 24[12].

Si evidenzia, tuttavia, che non sono ravvisabili significative e sostanziali differenze nella qualificazione delle spese di ricerca e sviluppo, fra i due impianti contabili (IAS 38 e OIC 24).

Nella nozione di “spese in ricerca e sviluppo” rientrano sicuramente le spese relative allo sviluppo precompetitivo e competitivo, quali sperimentazione, prototipazione e sviluppo del business plan, le spese relative ai servizi di incubazione forniti da incubatori certificati (*), i costi lordi di personale interno e consulenti esterni impiegati nelle attività di ricerca e sviluppo (inclusi soci ed amministratori) le spese legali per la registrazione e protezione di proprietà intellettuale e i termini e le licenze d’uso.

3. Le “startup innovative a vocazione sociale”

Le startup innovative a vocazione sociale (di seguito SIaVS) sono state introdotte nell’ordinamento italiano dall’articolo 25 comma 4 del D.L. 179/2012 convertito dalla Legge 221/2012. A pieno diritto esse condividono le caratteristiche e i requisiti delle imprese “startup innovative”: possono essere strutturate in forme molteplici di società di capitale (Srl, SpA, SApA, cooperative), devono avere la sede principale in Italia, non possono essere quotate in Borsa né distribuire dividendi, devono essere costituite e operative da non più di quattro anni, devono rispettare alcuni requisiti dimensionali e di sostanziali. Per essere riconosciute come imprese “a vocazione sociale” le startup devono inoltre essere attive esclusivamente in specifici settori indicati all’art. 2, comma 1, del D.L. 155/2006, ovvero l’assistenza sociale, l’assistenza sanitaria, l’educazione, l’istruzione e formazione, la tutela dell’ambiente, la valorizzazione del patrimonio culturale, il turismo sociale, la formazione extrascolastica, universitaria e post-universitaria, i servizi culturali. Con l’evidente obiettivo di promuovere l’innovazione, la crescita e lo sviluppo di nuove imprese anche in questi citati settori, tradizionalmente associati alle attività no-profit, il legislatore ha potenziato per le SIaVS gli incentivi già in essere per le altre startup innovative. Vi è infatti la consapevolezza che la sempre minore disponibilità di risorse pubbliche a sostegno del “welfare” renda necessario stimolare l’iniziativa privata in questi settori, seguendo il paradigma della “social enterprise”[13].

4. Iscrizione nella sezione speciale delle Camere di Commercio per le startup innovative e a vocazioni sociale.

Il consacramento definitivo per il riconoscimento della qualifica di startup innovativa e quelle a vocazione sociale avviene attraverso la presentazione di una dichiarazione, firmata dal legale rappresentante della società, in cui si attesti il possesso dei requisiti richiesti, oltre agli ulteriori elementi previsti dall’art.25, comma 12, e indirizzata al registro delle imprese, ai fini dell’iscrizione nella sezione speciale istituita presso la Camera di Commercio competente per territorio.

L’obbligo d’istituzione da parte delle Camere di Commercio di una sezione speciale è previsto dall’art.25, comma 8. Nella predetta sezione vanno iscritte sia le star up innovative che gli incubatori certificati. Scopo della sezione è permettere la condivisione, fermo restando il rispetto della normativa sulla privacy, delle informazioni relative alle startup e agli incubatori, informazioni disponibili per via telematica o su supporto informatico.

La domanda d’iscrizione deve essere inoltrata esclusivamente in formato elettronico e deve essere sottoscritta con firma digitale; deve contenere, inoltre, informazioni obbligatorie, da aggiornare e rendere pubbliche (secondo le medesime forme) con cadenza non superiore ai sei mesi.

Il successivo articolo 26, al comma 8, prevede l’esenzione dall’imposta di bollo e dai diritti di segreteria relativi all’iscrizione nel registro imprese, nonché dal pagamento del diritto annuale di iscrizione alla Cciaa. L’esenzione presuppone il mantenimento dei requisiti, e comunque è prevista per un massimo di un quadriennio a far data dall’anno di iscrizione.

Ai fini della verifica della sussistenza dei requisiti richiesti, infatti, l’art .25, comma 15, richiede che il legale rappresentante della società, entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio, e comunque nel termine ultimo di 6 mesi dalla chiusura di ogni esercizio, provveda ad attestare, tramite dichiarazione da depositare presso il registro imprese, il mantenimento dei requisiti.

Per quel che concerne le società preesistenti, in sede di conversione del decreto legge è stato precisato che le disposizioni in tema di startup innovative dovessero essere applicate anche a quelle società costituite prima del 19 dicembre 2012. Chiaramente, per questo tipo di società la qualifica di startup ricorre per un periodo temporale più breve rispetto a quello ordinario, che si concretizza in:

– quattro anni per le società costituite entro due anni dal 20 ottobre 2013 (data di entrata in vigore del D.L n.179/2012);

– tre anni per le società costituite tre anni prima del 20 Ottobre 2012;

– due anni per quelle costituite entro i quattro anni precedenti.

Le società preesistenti potevano richiedere tale qualifica, entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge n. 221/2012 (ossia entro il 16 febbraio 2013), depositando presso il Registro delle Imprese un’apposita dichiarazione contenente l’indicazione dei requisisti previsti e sottoscritta dal legale rappresentate.

Per le società precostituite il possesso dei requisisti deve sussistere al momento della richiesta d’iscrizione e non già al momento della costituzione.

5. Gli incubatori certificati di startup innovative

Uno dei pilastri fondamentali della recente disciplina delle startup innovative è costituito dai c.d. “incubatori certificati di startup”, per tali intendendosi le imprese che “offrono, anche in modo non esclusivo, servizi per sostenere la nascita o lo sviluppo di startup innovative” e che siano in possesso dei requisiti previsti dall’art. 5 del Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 21 febbraio 2013 (il “Decreto Incubatori”). In particolari, gli incubatori certificati ospitano, sostengono e accompagnano lo sviluppo delle startup dal concepimento dell’idea imprenditoriale al suo primo sviluppo, offrendo attività di formazione, sostegno operativo e manageriale, fornendo strumenti e luoghi di lavoro e favorendo il contatto tra investitori e le idee imprenditoriali stimate ad alto potenziale di ritorno economico, ma non ancora appetibili per il mercato dei capitali. Mettendo a disposizione degli imprenditori la propria esperienza e preparazione, i manager degli incubatori certificati permettono alle imprese innovative di lanciare la propria attività sul mercato in modo efficace e soprattutto in tempi rapidi.?Deve precisarsi che lo svolgimento, anche in modo professionale e sistematico, dell’attività di incubazione di startup non costituisce un’attività riservata agli “incubatori certificati” e può, dunque, essere esercitata da qualsiasi soggetto. Infatti, la “certificazione” dell’incubatore costituisce esclusivamente condizione per l’iscrizione nella relativa sezione del Registro delle Imprese e per accedere alle agevolazione societarie e fiscali.?Attualmente, sono presenti in Italia 103 incubatori certificati dei quali 47 al nord, 36 al centro e 20 al Sud. Il quadro regolamentare di riferimento è costituto dalla legge 221/2012 del 17 dicembre 2012, che ha convertito il decreto legge n. 179 del 4 ottobre 2012 contenente “Ulteriori misure urgenti per la crescita del paese” (c.d. “Decreto Crescita 2.0”) e? dal più recente “Decreto Incubatori”.?Le agevolazioni fiscali sono invece esplicate come per le start up innovative dalla Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 16/E dell’11 giugno 2014 avente ad oggetto appunto “Agevolazioni fiscali in favore delle startup innovative e degli incubatori certificati”.

Per ottenere lo status di “incubatore certificato”, l’impresa dovrà possedere cumulativamente i seguenti requisiti:

  1. a) dispone di strutture, anche immobiliari, adeguate ad accogliere startup innovative, quali spazi riservati per poter installare attrezzature di prova, test, verifica o ricerca;

b) dispone di attrezzature adeguate all’attività delle startup innovative, quali sistemi di accesso alla rete internet, sale riunioni, macchinari per test, prove o prototipi;

  1. c) è amministrata o diretta da persone di riconosciuta competenza in materia di impresa e innovazione ed ha a disposizione una struttura tecnica e di consulenza manageriale permanente;

d) ha regolari rapporti di collaborazione con università, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e partner finanziari che svolgono attività e progetti collegati a startup innovative;

  1. e) ha un’adeguata e comprovata esperienza nell’attività di sostegno a startup innovative.

Il possesso dei predetti requisiti è autocertificato dal rappresentante legale dell’incubatore mediante dichiarazione sottoscritta al momento della domanda di iscrizione nella sezione speciale del Registro delle Imprese, sulla base di alcuni indicatori e valori minimi individuati dal Decreto Incubatori (Tabella A e Tabella B).?Al fine di mantenere l’iscrizione nell’apposita sezione speciale e, dunque, lo status di “incubatore certificato”, l’impresa deve aggiornare almeno semestralmente le informazioni comprovanti il possesso dei requisiti. L’obbligo di aggiornamento sussiste anche nel caso in cui non vi siano aggiornamenti da segnalare; in tal caso sarà sufficiente confermare che le informazioni depositate sono aggiornate. In caso di perdita dei requisiti oppure in caso di mancata dichiarazione del possesso dei requisiti, l’incubatore certificato sarà cancellato entro sessanta giorni dalla sezione speciale del registro delle imprese, permanendo comunque l’iscrizione nella sezione ordinaria.

6. Conclusioni

E’ doveroso concludere questa ricerca normativa sulla genesi delle startup innovative, su quelle a vocazione sociale e sugli incubatori certificati descrivendo la loro vera natura, quella di naturale collegamento tra università e impresa, tra conoscenza e innovazione, tra giovani di talento e manager più anziani, tra realtà locali e investitori internazionali, tra città di provincia nostrane e grandi metropoli straniere. Le startup vanno viste come la nuova frontiera, la nuova “primavera” dell’economia italiana, come l’ultima possibilità della generazione Y di autodeterminarsi. Per smarcarsi definitivamente dall’appellativo di “figli della crisi” e consacrarsi come la “generazione del saper fare”.

 

 

[1] Convenzionalmente, la crisi economica che ancora il mondo intero, e l’Italia in particolare, sta attraversando, si fa coincidere con il secondo trimestre del 2007.

[2] Dati Eurostat.

[3] Dati Ocse; la relazione del Governo al Parlamento del 31 marzo 2013 parla di 1.565,916 miliardi di Euro.

[4] Dati Eurostat.

[5] Con il termine stakeholder (o portatore di interesse) si individua un soggetto (o un gruppo di soggetti) influente nei confronti di un’iniziativa economica, sia essa un’azienda o un progetto. Fanno, ad esempio, parte di questo insieme: i clienti, i fornitori, i finanziatori (banche e azionisti), i collaboratori, ma anche gruppi di interesse esterni, come i residenti di aree limitrofe all’azienda o gruppi di interesse locali. R. Edward Freeman, Alexander Moutchnik (2013): Stakeholder management and CSR: questions and answers

[6] La società europea (SE) è una forma di società che può essere costituita sul territorio dell’Unione Europea e che funziona sulla base di un regime di costituzione e di gestione unico, anziché sottoposto a normative statali differenti. Le società europee sono regolate dal regolamento europeo numero 2157 dell’8 ottobre 2001. E. Pederzini, Diritto societario europeo.

[7] Nel testo originario del decreto la percentuale era del 30 per cento

[8] L’art 25, comma 12, lett i), prevede l’obbligo di presentare il bilancio d’esercizio nel formato standard XBRL. Pertanto, atteso che le imprese IAS compliant sono esonerate dal deposito del bilancio in questo formato, pur in assenza di un espressa esclusione, si potrebbe concludere che le start up innovative non possa trovare applicazione per i soggetti IAS. Ad ogni modo, appare assai remota l’ipotesi che una starup innovativa possa redigere il bilancio secondo i principi contabili internazionali, tenuto conto del tipo di attività esercitata, dall’ammontare massimo della produzione (5 milioni di euro) e trattandosi di società non quotate.

[9] Per il primo esercizio, tale requisito è soddisfatto tramite autocertificazione.

[10] Nel documento n. 24, «Immobilizzazioni immateriali», l’Organismo Italiano di contabilità distingue tra: – ricerca di base, definita come quell’assieme di studi, esperimenti, indagini e ricerche che non aventi una finalità definita con precisione, ma di utilità generica all’impresa; – ricerca applicata o finalizzata ad uno specifico prodotto o processo produttivo, consistente nell’assieme di studi, esperimenti, indagini e ricerche che si riferiscono direttamente alla possibilità ed utilità di realizzare uno specifico progetto; – sviluppo, ovverosia l’applicazione dei risultati della ricerca o di altre conoscenze possedute o acquisite in un progetto o programma per la produzione di materiali, strumenti, prodotti, processi, sistemi o servizi nuovi o sostanzialmente migliorati, prima dell’inizio della produzione commerciale o dell’utilizzazione.

[11] Gli International Accounting Standards (in forma di acronimo: IAS) sono principi contabili internazionali. Ias 38 – Rivisto nel: 2004 – Decorrenza: 2004 Attività immateriali. Regolamento CE 1606/2002

[12] In data 12 febbraio 2013, è stata pubblicata la bozza del principio contabile OIC 24 . Le immobilizzazioni immateriali, rivisto nell’ambito del progetto di aggiornamento ha l’obbiettivo di migliorare la struttura dei principi contabili nazionali al fine di renderne più semplice la lettura e facilitare nel contempo gli aggiornamenti e le integrazioni che in futuro si renderanno necessari.

[13] La social enterprise è un’organizzazione che applica strategie commerciali per massimizzare il miglioramento del benessere delle persone e dell’ambiente – questo può includere massimizzando l’impatto sociale piuttosto che i profitti per gli azionisti esterni . Le imprese sociali possono essere strutturati come una for-profit o non- profit , e che può assumere la forma ( a seconda in quale paese esiste e l’entità delle forme giuridiche disponibili ) di una cooperativa , mutua assicuratrice , un soggetto trascurato , un social business , una società di beneficenza, una società di interesse comunitario o di una organizzazione di carità .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riforma Isee. Come incide nel diritto allo studio universitario. Con le sentenze Tar è tutto da rifare?

Riforma Isee. Come incide nel diritto allo studio universitario. Con le sentenze Tar è tutto da rifare?

Cosa cambia per gli studenti universitari con la revisione dell’indicatore della situazione economica equivalente. La giurisprudenza di merito “boccia” la riforma.

Con DPCM 5 dicembre 2013 n.159, rubricato “Regolamento concernente la revisione delle modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE)” si è operata una vasta rimodulazione dello strumento che, dal 1998, serve per valutare e confrontare la situazione economica e patrimoniale delle famiglie al fine di regolare l’accesso alle prestazioni sociali erogate dai diversi livelli di governo.

Una riforma sentita per due motivi: da un lato aumentare l’equità sociale in un periodo di crisi profonda per le famiglie italiane, e dall’altro la lotta contro le condotte di evasione fiscale – a più riprese segnalati dalla Guardia di Finanza – di chi fruisce indebitamente di prestazioni agevolate a discapito dei cittadini più bisognosi.

Le novità del decreto

Nuova definizione di “ nucleo familiare” ai fini delle agevolazioni e delle prestazioni socio assistenziali.

Anche i coniugi con diversa residenza anagrafica fanno parte dello stesso nucleo familiare[1], salvi i casi tassativamente previsti dallo stesso decreto. Questo affinché si eviti, fraudolentemente, di far uscire dal computo dei redditi quello di altro familiare mediante residenza formalmente differente.

L’indicatore della situazione patrimoniale, nella parte riguardante il patrimonio immobiliare, sarà pari al valore dei fabbricati, delle aree fabbricabili e dei terreni, intestati a persone fisiche non esercenti attività d’impresa, quale definito ai fini IMU[2]. Inoltre – importante novità – il valore così determinato è valido anche in caso di esenzione dal pagamento dell’imposta.

Per la componente mobiliare invece dovranno inoltre concorrere, tra gli altri:

  1. depositi e conti correnti bancari e postali;
  2. titoli di Stato, obbligazioni, certificati di credito e di debito, buoni fruttiferi, etc.;
  3. partecipazioni azionarie in società, italiane ed estere, quotate e non quotate in mercati regolamentati, nonché partecipazioni in società non azionarie.

Ulteriore novità è la sensibile riduzione dello spazio per la dichiarazione sostitutiva unica (DSU), con la quale il contribuente dovrà dichiarare le informazione necessarie per la determinazione dell’ISEE.

In tal senso, un intero articolo, l’undicesimo, è dedicato al “rafforzamento dei controlli e sistema informativo Isee”. Viene qui decretato che sia l’INPS a gestire i dati autodichiarati in DSU e a trasmetterli all’Agenzia delle Entrate, che dovrà segnalare eventuali omissioni o difformità tra i dati autodichiarati e quelli presenti in anagrafe tributaria, secondo una procedura di “scambio telematico di informazioni”[3], la quale dovrebbe garantire la soppressione del maggior numero di abusi.

ISEEU e diritto allo studio universitario

L’ISEEU altro non è che l’indicatore della situazione economica dello studente universitario, grazie al quale gli atenei sono in grado di stabilire la capacità contributiva dello stesso. A seconda del valore determinato lo studente sarà sottoposto ad una tassazione proporzionata alle sue capacità; potrà accedere – ove ricorrano condizioni, anche di merito – a borse di studio, servizi mensa e collaborazioni lavorative con l’ateneo di riferimento.

Sul calcolo dell’ISEU vanno ovviamente ad influire le novità sopracitate per quanto riguarda la valutazione della situazione reddituale e patrimoniale del nucleo familiare dello studente. Il decreto, tra l’altro rinviando a quanto affermato all’art.5 co.3 del DPCM 9 Aprile 2001, ribadisce che, in presenza di genitori non conviventi, lo studente che voglia formare nucleo familiare a se stante deve rispettare due requisiti:

  • avere residenza esterna all’unità abitativa della famiglia di origine, da almeno due anni rispetto alla data di presentazione della domanda per la prima volta a ciascun corso di studi, in alloggio non di proprietà di un suo membro;
  • percepire redditi da lavoro dipendente o assimilati fiscalmente dichiarati, da almeno due anni, non inferiori a 6.500 euro con riferimento ad un nucleo familiare di una persona.

Nel caso in cui non vengano rispettati entrambi i requisiti, il nucleo familiare del richiedente è integrato con quello dei suoi genitori. Ai sensi dell’articolo 3 co. 3, poi, genitori tra loro non conviventi faranno parte dello stesso nucleo familiare, salvo nei casi di separazione giudiziale, quando sussista abbandono del coniuge accertato in sede giurisdizionale ovvero quando uno dei coniugi è stato escluso dalla potestà sui figli.

La riforma non incide in maniera notevole sulle prestazioni legate al diritto allo studio universitario, se non nella parte in cui vengono rimodulati i criteri di determinazione della situazione economica e patrimoniale del nucleo familiare dello studente.

Ricordiamo, in conclusione, che gli enti erogatori, e in questo caso le Università, possono prevedere, accanto all’ISEE, criteri ulteriori di selezio­ne volti ad identificare specifiche platee di beneficiari, facendo anche riferimento alle disposizioni regionali in materia. L’ISEE, come ricordato nella relazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, rappresenta solo un misuratore della condizione delle famiglie, mentre la determinazione delle soglie per l’accesso alle prestazioni o la compartecipazione ai costi resta di competenza dell’ente erogatore. In questo senso vanno iniziative quali quella dell’Università degli Studi di Bari che, nel marzo 2014, ha stipulato un protocollo di intesa con il comando provinciale della Guardia di Finanza di Bari. La collaborazione, della durata di 24 mesi, mira a contrastare l’evasione in materia di contributi, attraverso controlli individuali e a campione, soprattutto riguardanti gli studenti che, in base all’autocertificazione del reddito familiare, risultano essere totalmente esenti o che pagano il minimo, circa 15mila studenti sui 60mila dell’Ateneo barese.

I bui orizzonti giurisprudenziali

Ciò che ci si auspicava dalla riforma – in decreto pubblicato in GU n.19 del 24/01/2014 – è che ristabilisse l’equità sociale nei rapporti tra cittadini nella fruizione dei rapporti socio-assistenziali erogati a qualsiasi livello di governo, reprimendo così gli illeciti che negli anni non hanno garantito alla totalità delle famiglie meritevoli di giovare del sostegno economico della Repubblica, costituzionalmente garantito dagli articoli 3 comma 2, 31 comma 1 e 32 comma 1.

Il TAR del Lazio, Sezione I, con sentenze n. 2454/2015, 2458/2015 e 2459/2015 depositate l’11 febbraio 2015, ha accolto, seppur in parte, tre  ricorsi presentati contro il DPCM 159/2013 da diverse associazioni rappresentative di persone con disabilità e da loro familiari.                       Escludendo le motivazioni non ritenute fondate dal Tribunale in questione, ci soffermiamo su un punto delle questioni di diritto accolte, che apre spiragli, usando un eufemismo, “nebulosi” sulla operatività del nuovo indicatore.

Innanzitutto, afferma l’organo giudiziario amministrativo, che laddove la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha disposto che il reddito di ciascun componente il nucleo familiare è ottenuto sommando le seguenti componenti…f) trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari, incluse carte di debito, a qualunque titolo percepiti da amministrazioni pubbliche, laddove non siano già inclusi nel reddito complessivo di cui alla lettera a)[4] (reddito complessivo IRPEF), ha utilizzato una formulazione così generica e ampia di “trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari” tale da comportare l’ammissione nei “redditi disponibili” ex art.5 d.l. cit. di “emolumenti riconosciuti a titolo meramente compensativo e/o risarcitorio” che l’ordinamento pone a compensazione della oggettiva situazione di svantaggio, anche economico, che ricade sui disabili e sulle loro famiglie.

Per tali motivi il Tribunale afferma che: « alla luce di quanto detto, quindi, il d.p.c.m. impugnato si palesa illegittimo laddove prevede…una nozione di ?reddito disponibile? eccessivamente allargata e in discrepanza interpretativa con la ratio dell’art. 5 d.l. cit. […].L’Amministrazione dovrà quindi provvedere a rimodulare tale nozione valutando attentamente la funzione sociale di ogni singolo trattamento assistenziale, previdenziale e indennitario e orientandosi anche nell’esaminare situazione di reddito esistente ma, per varie ragioni, non sottoposto a tassazione IRPEF».

Quali gli effetti delle sopracitate sentenze? Le sentenze sono immediatamente applicabili , tuttavia difficilmente operative nell’immediato. Particolarmente spinosa appare la questione DSU. Quelle rilasciate fino al 12 Febbraio sono sicuramente illecite, così come illecite sono quelle rilasciate dall’INPS successivamente a questa data, perché il sistema informatico dell’ente previdenziale non è “aggiornabile” fintantoché il Ministero del Lavoro e dell’Economia non daranno disposizioni in materia. Questo crea un “vuoto amministrativo” che porterà molti cittadini a non ricevere la DSU oppure ottenerla tardivamente rispetto alle esigenze di accesso a servizi e prestazioni agevolate. E chi ha richiesto la DSU ma non l’ha ancora ottenuta, ne riceverà una conforme alle sentenze o alla normativa previgente?

Ancora più delicata è la situazione di chi in base a quella DSU ha già richiesto prestazioni agevolate, e potrebbe subire l’esclusione da un servizio o comportare una partecipazione di spesa.

In questo senso potrebbe aprirsi un far west” di contenziosi, non solo di disabili e di loro famiglie ma anche di studenti universitari che, per estensione, potrebbero contestare la computabilità delle borse di studio ai fini del nuovo indicatore ISEE/U.

Possibili scenari

Ricorso al Consiglio di Stato. Il governo potrebbe impugnare le sentenze in questione, ciò non solo allungherebbe i tempi della questione, ma in caso di accoglimento si dovrebbe sanare la posizione di quanti hanno prodotto una DSU conforme alle sentenze del TAR, che ricordiamo essere cogenti fino ad eventuale pronuncia dell’alta Corte.

Ripristinare per l’anno in corso il vecchio ISEE, prendendosi il tempo necessario per un indicatore più equilibrato, che non presenti i profili di illegittimità sottolineati dal Tribunale amministrativo.

Ovvero – e ragionevolmente compatibile con gli inconvenienti che una vacatio e successivamente un passaggio a nuova o vecchia riformulazione dell’istituto comporterebbero – una modifica, in tempi brevi, del DPCM che accetti quanto sentenziato dal TAR, e in più, prevenga eventuali ricorsi di altre categorie di cittadini sfavoriti dal nuovo strumento di valutazione economica e patrimoniale delle famiglie.


[1] Art. 3 comma 2, DPCM 159/2013.

[2] Art. 5 comma 2, ibidem.

[3] Art. 11 comma 2, ibidem.

[4] Art. 4, comma 2, lett. f), ibidem.

Francesco Loconsole <francesco.loconsole2@gmail.com>

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