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Società sportiva e uso dell’immagine di un atleta

Società sportiva e uso dell’immagine di un atleta

Una società sportiva professionistica non può liberamente utilizzare le immagini dell’attività agonistica di un atleta, negli anni in cui ha militato nella squadra, senza il consenso dello stesso sportivo, per realizzare un dvd con una finalità principalmente commerciale e lucrativa. È quanto sostenuto, con ordinanza del 17 Luglio 2013 ( proc. n. 19325/2013), dal Tribunale di Napoli poiché l’art. 3 della l. n. 91 del 1981, in tema di prestazione sportiva dell’atleta professionista, non attribuisce alla società datrice di lavoro il diritto di utilizzare, senza il consenso del giocatore, le immagini delle sue prestazioni: anche per l’atleta l’immagine della prestazione è cosa diversa dalla prestazione stessa.

Di seguito, i fatti da cui ha avuto origine la questione. Con ricorso introduttivo del procedimento cautelare, Maradona Diego Armando aveva richiesto, ai sensi dell’art. 157 della L. 633/1041, o in subordine ex art. 700 c.p.c., che venisse inibito “a tutti i fini ed effetti commerciali, speculativi e di utilizzazione” alla Società Sportiva Calcio Napoli la “arbitraria commercializzazione e distribuzione” del dvd dal titolo “Diego Armando Maradona El Pibe de oro vs Edinzon Cavani El Matador”.   Il primo giudice, ritenendo che Maradona avesse chiesto la tutela di cui all’art. 96 della legge sul diritto d’autore (Legge n. 633/1941), aveva dichiarato la sua incompetenza per materia, per la competenza della sezione specializzata  per la materia dell’impresa. Nel presentare reclamo avverso la suddetta pronuncia, l’ex giocatore aveva invocato e specificato la sua richiesta di tutela del diritto di immagine e non del diritto d’autore. Volendo chiarire i punti della controversia, conviene evidenziare che nel ricorso lo stesso parlava di diritto all’immagine, quale diritto della personalità, che nel suo aspetto non patrimoniale, integra un diritto inviolabile della persona e costituzionalmente garantito. Da ciò derivava che la competenza era attribuibile al giudice ordinario.

Volendo approfondire si deve affermare che il diritto all’immagine, descritto nell’art. 10 c.c., è meglio definito dagli art. 96 e 97 della Legge n. 633 del 1941.  Per meglio dire, quest’ultimi articoli chiariscono quando sia consentito l’utilizzo e la pubblicazione di immagini ai sensi dell’art. 10 c.c.. Nello specifico, l’art. 96 sancisce la necessità del consenso firmato per l’esposizione pubblica del ritratto di una persona e  l’art. 97 stabilisce i casi in cui il consenso possa essere eluso.  Dalla lettura dell’ultima norma citata, si evince che la stessa fa prevalere il diritto di cronaca sul diritto d’immagine, ma non permette allo stesso di essere considerato legittimo in presenza di uno scopo di lucro, soprattutto quando quest’ultimo prevale sul diritto di informazione del pubblico, così come accaduto nel caso de quo.

Non v’è chi non veda che l’interesse della società del Napoli a vendere il dvd sia stato maggiore dell’interesse del pubblico a rivedere i 100 goal di Maradona. Sicchè, a nulla valeva la tesi esposta dalla SSC Napoli, la quale sosteneva che, in forza dell’art. 3 della L. 91/1981, il club abbia acquisito il diritto di utilizzare all’infinito l’immagine ripresa durante la prestazione del lavoro subordinato dell’atleta. Irrilevante è altresì la tesi secondo cui nel caso di specie bisognava considerare la regolamentazione degli accordi concernenti attività promozionali e pubblicitarie che interessino le società calcistiche professionistiche ed i calciatori loro tesserati. (Convenzione del 23 Luglio 1981)  Gli anzidetti accordi prevedono l’obbligo di diligenza degli atleti rispetto alle decisioni del club e l’obbligo della forma scritta dei contratti. Palesemente mancante nel caso di specie. Orbene, considerando l’art. 1 della citata convenzione, è vero che Maradona, non poteva usare la sua immagine legata all’attività da lui svolta presso il club napoletano ma è anche vero che nemmeno il club Napoli poteva divulgare le immagini delle prestazioni agonistiche rese dal “El Pibe de oro” mentre militava in quel club, senza l’autorizzazione dell’ex calciatore..

Il tribunale ha, quindi, correttamente riconosciuto il fumus boni iuris, posto alla base del reclamo,  ma non il periculum in mora, ovvero il pericolo che la diffusione del dvd avesse potuto causare un pregiudizio grave e irreparabile a Maradona. Il giudice, invero, ha ravvisato come unico danno la perdita di quote di mercato dell’immagine del calciatore, pregiudizio suscettibile di un risarcimento economico, il quale, però, non era un argomento che  poteva essere discusso nella sede adita.

La decisione ha previsto il rigetto del ricorso e, vista il riconoscimento del fumus boni iuris e la non fondatezza della tesi dell SSC Napoli, ha stabilito la soccombenza reciproca delle parti.

La pronuncia palesa profili interessanti, concernendo l’individuazione dei limiti all’utilizzo dell’immagine di personaggi famosi.

Procedendo con un’analisi, si nota come un riguardo particolare viene posto sulla competenza del Tribunale ordinario a decidere circa la lesione del diritto all’immagine. Al fine di giungere ad una valutazione concreta, si è dovuta fare una distinzione tra “diritto allo sfruttamento economico dell’immagine” e “diritto personale all’immagine”.

È importante rilevare che con il diritto all’immagine, diritto della personalità dell’interessato, si da risalto al profilo patrimoniale ed al vantaggio economico, che ne potrebbe derivare.

A questo,  si deve aggiungere che l’immagine rimane sempre un bene giuridico immateriale e che, solo da pochi anni , la componente patrimoniale del suddetto bene giuridico è stata maggiormente valorizzata.

Sicchè, diversamente da quanto succedeva prima, l’immagine risulta vendibile e collegata agli interessi patrimoniali derivanti dal suo sfruttamento.

Accade, altresì, che la nozione di immagine non è più limitata al senso stretto del termine, ma è considerata complesso di caratteristiche che differenziano un determinato soggetto. Ciò significa che la tutela si estende alla riproduzione delle caratteristiche evocative dei personaggi famosi; nonché all’impiego dei sosia, delle caricature e la riproduzione di accessori tipici del look dello stesso. Questo riconoscimento trova la sua ragione nel fatto che ognuno di questi elementi risulta rappresentativo della persona famosa e, quindi, in caso di sfruttamento non autorizzato da parte di terzi, gode della medesima tutela riservata all’immagine.

Ordunque, in tutti questi casi, la persona famosa deve prestare il suo consenso, prima che ci sia la propagazione.

L’unica eccezione al potere di controllo dell’interessato sulla diffusione del proprio ritratto, e di elementi affini, è data dal citato art. 97 della L. 22 aprile 1941, n. 633.

Per questa ragione, negli anni successivi alla citata codificazione, in virtù del requisito della notorietà,  considerata causa di giustificazione della riproduzione dell’altrui immagine , dal comma 1 dell’art. 97, l.a., la riproduzione e la diffusione non autorizzata dell’immagine di personaggi celebri è stata considerata spesso lecita.

Nello specifico, è chiaro che la divulgazione del ritratto di una persona famosa è lecita non per il fatto in sé che la persona ritrattata possa considerarsi celebre ma, se ed in quanto, risponda ad esigenze di pubblica informazione. In pratica, la ragione esclusiva della diffusione deve essere quella di documentare al pubblico la persona.

Tale esigenza d’informazione della collettività, ovviamente, non è riscontrabile allorché la pubblicazione sia rivolta a fini commerciali, come nel caso in esame.

In altre parole, l’organo giudicante distingue nettamente tra la prestazione sportiva, oggetto del contratto di lavoro subordinato ai sensi dell’art. 3, l. 91 del 1981 e l’immagine dell’atleta\lavoratore che esegue la prestazione sportiva.

Per quanto detto fino ad ora, il legislatore, e quindi l’organo giudicante preso in esame, hanno correttamente sostenuto che «la norma non stabilisce affatto che chi assume un atleta professionista acquisisca anche il diritto ad utilizzare senza il suo consenso le immagini delle sue prestazioni»

Insomma, la decisione non può che essere pienamente condivisa e condivisibile.

L’ordinanza emessa è, inoltre, da considerare un importante precedente giurisprudenziale, per l’ardua regolamentazione e risoluzione delle controversie, nel complicato mondo dello sport e degli sponsor.

 

Dott.ssa Valentina Porzia

Cultore della Matera per la cattedra di diritto sportivo

 presso Università N. Cusano di Roma

e Membro della commissione d’ Esame di diritto sportivo presso la Facoltà di Giurisprudenza di Università di Roma 3 –