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LE SEZIONI UNITE RAFFORZANO LA TUTELA DELLA PERSONA OFFESA IN CASO DI RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER I DELITTI DI STALKING E MALTRATTAMENTI

LE  SEZIONI UNITE RAFFORZANO LA TUTELA DELLA PERSONA OFFESA IN CASO DI RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER I DELITTI DI STALKING E MALTRATTAMENTI

Cassazione Penale, Cassazione Penale, Sezioni Unite,16 Marzo 2016-udienza 29 gennaio 2016 – n.10959, Presidente Giovanni Canzio,  Relatore Luisa Bianchi

 

MASSIMA

 

“La disposizione dell’art.408 comma 3-bis c.p.p., che stabilisce l’obbligo di dare avviso alla persona offesa della richiesta di archiviazione con riferimento ai delitti commessi con “violenza alla persona” è riferibile anche ai reati di atti persecutori e maltrattamenti, previsti rispettivamente dagli artt.612 bis e 572 c.p., perché l’espressione “violenza alla persona”deve essere intesa alla luce del concetto di violenza di genere,quale risulta dalle pertinenti disposizioni di diritto internazionale recepite e di diritto comunitario”

 

FATTO

 

La pronuncia in questione è stata resa dagli Ermellini in quanto assegnatari,da parte della quinta sezione penale, del ricorso promosso dalla persona offesa laddove, censurandone la mancata notifica dell’avviso,lamentava di aver ricevuto contezza  dell’archiviazione del procedimento incardinatosi nei confronti dell’autore dei delitti di stalking e maltrattamenti perpetrati in suo danno esclusivamente in occasione di un accesso in cancelleria.

 

COMMENTO

 

L’interessamento delle Sezioni Unite,prima, e la statuizione emessa negli anzidetti termini, poi, evidenziano la delicatezza della questione sollevata dal ricorrente e la ravvisata necessità di intendere la norma di cui all’art. 408 comma 3 bis c.p.p. in conformità alla medesima ratio che ha condotto la sua introduzione con legge del 15.10.2013 n.119,la cui portata è finalizzata a potenziare il diritto delle vittime di violenza alla partecipazione al processo.

Al riguardo si precisa che il disposto processuale in questione,in deroga al principio ( art.408,II comma, c.p.p.)secondo il quale il Pubblico Ministero deve notificare l’avviso de quo alla persona offesa soltanto se costei nella notizia di reato o successivamente vi abbia fatto espressa richiesta, stabilisce che per i delitti commessi con violenza alla persona  tale avviso è garantito  indipendentemente da siffatta istanza.

Alla luce di quanto premesso le Sezioni Unite hanno dovuto dirimere il conflitto interpretativo insorto circa il concetto di violenza alla persona ovvero chiarire se tale accezione dovesse essere intesa in senso restrittivo, di guisa da limitarla alla sola sfera fisica e non anche a quella morale e /o psicologica, o, di contro, consentire  che gli atti persecutori di cui al c.d. delitto di stalking o i maltrattamenti in famiglia da cui non siano derivate lesioni personali fossero ritenuti ad esso equipollenti.

La soluzione di cui alla massima,  impositiva l’obbligo della notifica della richiesta di archiviazione per tali fattispecie di reato, può ritenersi correttamente e ragionevolmente fornita dalla Corte adita in quanto esprime la piena adesione ai principi di diritto eurocomunitario e internazionale.

In linea con le  convenzioni di Lanzarote e Istanbul nonché con i decreti legislativi 212/2015 e 9/2015,attuativi  rispettivamente le direttive 2012/29/UE e  2011/99 UE, la Cassazione,a mezzo della pronuncia ut supra, ha,infatti, mutuato i criteri guida in materia di tutela delle persone offese dal reato di violenza contenuti nelle richiamate fonti accogliendo l’espressione di violenza in genere e, per l’effetto, ha maggiormente garantito la posizione del leso,colpito da altrui violenza, tutelando ogni sua sfera, morale, psicologica o fisica.

La decisione in commento,  svincolando la vittima di tali reati da qualsivoglia limitazione, si cristallizza tra l’altro pienamente satisfattiva la logica dell’intervento legislativo che nell’anno 2013, blindando ulteriormente chi subisce atti persecutori, ha,per tale fattispecie criminosa, innalzato il limite della pena, inasprendo il trattamento sanzionatorio in caso di commissione del fatto reato da parte del coniuge anche separato o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva o se perpetrato a mezzo di strumenti telematici o informativi,nel seguito modificando in melius i termini (mesi sei )di presentazione della querela,contestualmente stabilendone esclusivamente la remissione processuale e l’irrevocabilità in presenza di minacce gravi reiterate.

 

avv.Daniela Corrado – info: corrado.daniela@avvocatibari.legalmail.it

 

IN RELAZIONE AI REATI DI COMPETENZA DEL GIUDICE DI PACE NON APPARE POSSIBILE APPLICARE LA CAUSA DI ESCLUSIONE DELLA PUNIBILITA’ PER PARTICOLARE TENUITA’ DEL FATTO DI CUI ALL’ART.131 BIS C.P. POICHE’ SI APPLICA LA DISCIPLINA PREVISTA DALL’ART.34 DEL D.LGS.2000 N.274.

IN RELAZIONE AI REATI DI COMPETENZA DEL GIUDICE DI PACE NON APPARE POSSIBILE APPLICARE LA CAUSA DI ESCLUSIONE DELLA PUNIBILITA’ PER PARTICOLARE TENUITA’ DEL FATTO  DI CUI ALL’ART.131 BIS C.P. POICHE’ SI APPLICA LA DISCIPLINA PREVISTA DALL’ART.34 DEL D.LGS.2000 N.274.

Cassazione Penale,quinta sezione penale n.13093 del 2 Febbraio 2016, Presidente Dott. Piero Savani–Relatore Dott.ssa Rossella Catena

 

FATTO

 

Avverso la sentenza emessa dal Giudice di Pace penale di Palestrina,dichiarativa il proscioglimento ai sensi dell’art. 131 bis c.p. per la particolare tenuità del fatto commesso dall’imputato, il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma proponeva ricorso per cassazione denunciando il vizio di motivazione in ordine alla dichiarata tenuità del fatto.

La Suprema Corte, dichiarando la fondatezza del gravame innanzi descritto, annullerà la sentenza con rinvio statuendo l’obbligo del Giudice di Pace di Palestrina di uniformarsi al principio di diritto secondo cui l’art. 131 bis c.p.è sottratto al rito innanzi il Giudice di Pace che può,pertanto, valutare la tenuità del fatto ai sensi dell’art.34 del d.lgs. 274 del 2000.

 

COMMENTO

 

Preliminare all’esposizione delle motivazioni sottese alla rilevanza della citata pronuncia  è doveroso analizzare gli istituti in interesse, e, per l’effetto, si richiamerà l’art.34 del D.Lgs.274/2000 laddove prevede che il fatto è di particolare tenuità quando, rispetto all’interesse tutelato,l’esiguità del danno o del pericolo che ne è derivato,nonché la sua occasionalità e il grado di colpevolezza, tenuto conto altresì del pregiudizio che l’ulteriore corso del procedimento può recare alle esigenze di lavoro,di studio, di famiglia o di salute della persona sottoposta ad indagini o dell’imputato,non è giustificato l’esercizio dell’azione penale;per altro verso a norma dell’art.131 bis cod.pen,come introdotto dal d.lgs.28/2015 e invocabile per i reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni,ovvero la pena pecuniaria,sola o congiunta alla predetta pena,la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133,primo comma,l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento dell’imputato risulta non abituale.

Dal raffronto delle norme innanzi richiamate correttamente la Corte adita individuerà quegli elementi specializzanti in relazione a quanto previsto per i reati di competenza del Giudice di Pace,diversamente assenti nel proscioglimento per esclusione della punibilità a statuirsi dal Tribunale penale.

E precisamente coglierà che la valutazione a compiersi da parte di quest’ultimo organo giudicante sarà diversamente svincolata dall’apprezzamento dell’esigenze dell’imputato e prescinderà sia dall’interesse della persona offesa alla prosecuzione del procedimento,altrimenti garantita dinnanzi al Giudice di Pace, la cui tutela sarà elemento condizionante anche gli esiti delle indagini preliminari, non definibili con  l’emissione del decreto di archiviazione, sia dal diritto di veto riconosciuto all’imputato,allorquando,esercitata l’azione penale, costui manifesterà opposizione al riguardo.

Né potrà trascurarsi la fondamentale puntualizzazione fornita in sentenza nella parte in cui,pur riconoscendo la natura sostanziale della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto,argomenterà che la disposizione ex art. 34 d.lgs. 274/2000,in considerazione della sedes materiae nella quale è collocata, si caratterizza per essere una disposizione speciale rispetto a quella generale codicistica, sebbene l’art.131 bis. c.p. sia stato introdotto successivamente.

Si segnala,infine, che la statuizione in esame si atteggia perfettamente aderente anche alla scelta compiuta dal legislatore delegato, nonostante l’avviso rivolto dalla Commissione Giustizia della Camera, di non coordinare le due discipline in ossequio all’assenza nella legge delega di tale attribuzione di potere.

L’orientamento giurisprudenziale de quo,pertanto, ha esplicitamente ritenuto le rispettive norme funzionali alle esigenze dei due distinti procedimenti in questione, confermandone la coesistenza nel medesimo ordinamento.

 

Avv.Daniela Corrado – info: corrado.daniela@avvocatibari.legalmail.it

Sanzioni penali e amministrative per la difesa dei Beni Culturali

Sanzioni penali e amministrative per la difesa dei Beni Culturali

Negli ultimi anni si è avuto un ingente aumento di atti vandalici e comportamenti incivili, che hanno causato diversi danneggiamenti alle opere d’arte: le scheggiature e le scalfitture, provocate dalle bottiglie di vetro, lanciate contro la Barcaccia del Bernini sono ancora un vivo ricordo nella mente di molti italiani. Recentemente, il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha discusso con il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini, sulla necessità di attuare forme di tutela più innovative e una videosorveglianza più avanzata per la difesa dei beni culturali e per il decoro urbano.
Sicuramente, aumentare le misure di protezione è un’ottima azione preventiva, ma bisogna sempre partire da una adeguata attività di sensibilizzazione per smuovere le coscienze dei cittadini, che molte volte ignorano le conseguenze dei loro comportamenti.
I primi tentativi di legislazione per la protezione dei beni culturali risalgono al 1872, tuttavia solo nel 1909, con la legge Rosadi, n. 364/1909, si ha per la prima volta una legge organica di tutela dei beni culturali. Durante la Seconda Guerra Mondiale, a seguito della distruzione di gran parte del patrimonio storico-artistico, sono state sottoscritte la Convenzione dell’Aja del 14 maggio 1954, documento ufficiale per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, da cui emerge per la prima volta l’idea di un patrimonio culturale universale e la Convenzione UNESCO del 1972 per la protezione del Patrimonio mondiale, culturale e naturale dell’Umanità.
Nell’articolo 4 della Convenzione dell’Aja, al comma 1 si legge: “le Alte Parti Contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul loro proprio territorio, che su quello delle Alte Parti Contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni, dei loro dispositivi di protezione e delle loro immediate vicinanze, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a deterioramento in casi di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo” e ancora, al comma 4, viene sottolineato che “le Alte Parti Contraenti si impegnano, inoltre, a proibire, a prevenire e, occorrendo, a far cessare qualsiasi atto di furto, di saccheggio o di sottrazione di beni culturali sotto qualsiasi forma, nonché qualsiasi atto di vandalismo nei riguardi di detti beni. Essi si impegnano ad astenersi dal requisire i beni culturali mobili situati nel territorio di un’altra Alta Parte Contraente”.
Coloro che commettevano o davano l’ordine di commettere un’infrazione alla presente Convenzione erano quindi puniti con sanzioni penali o disciplinari. Allo stesso modo, ma in un contesto internazionale, anche la Convenzione Unesco imponeva sanzioni penali o amministrative a qualsiasi persona responsabile di una infrazione ai divieti previsti negli articoli 6 e 7 della suddetta Convenzione. Durante il periodo postunitario, l’Italia Repubblicana elevava quindi la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione a principio fondamentale di rango costituzionale. Prima dell’entrata in vigore della Costituzione, l’ordinamento italiano tutelava con una norma di diritto penale il patrimonio culturale e precisamente con la contravvenzione prevista dall’articolo 733 c.p. in cui si legge: “Chiunque distrugge, deteriora o comunque danneggia un monumento o un’altra cosa propria di cui gli sia noto il rilevante pregio, è punito, se dal fatto deriva un nocumento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale, con l’arresto fino a 1 anno o con l’ammenda non inferiore a 2.065,00 euro. Può essere ordinata la confisca della cosa deteriorata o comunque danneggiata”.
Ai fini della configurabilità del reato, di cui all’art. 733, non era necessario che i “beni” sopra indicati, fossero sottoposti in precedenza ad un vincolo da parte delle competenti autorià, purchè ricorressero le seguenti condizioni: l’oggetività e la generale notorietà del rilevante pregio del bene. Attualmente, nell’ambito della protezione penale dei beni artistici, con la Legge n.352 dell’8 ottobre del 1997, “Disposizioni sui beni culturali”, vengono inseriti anche due reati: il reato di danneggiamento, previsto e punito dall’articolo 635 c.p. e il reato di deturpamento, previsto e punito dall’articolo 639 c.p. E’ importante sottolineare che sia nel caso del danneggiamento che del deturpamento, il legislatore ha introdotto una vera e propria circostanza aggravante, laddove il reato vada a colpire beni di interesse storico o artistico. Nella prima ipotesi, il legislatore ha infatti introdotto una modifica al secondo comma del testo dell’articolo 635, aumentando la pena, in genere sanzionata con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a € 309,00, dai 6 mesi ai 3 anni per chiunque danneggi cose di interesse storico o artistico, ovunque siano ubicate, o immobili compresi nel perimetro dei centri storici. Nel secondo caso, per coloro che deturpano beni di interesse storico o artistico, la pena della reclusione prevista invece di essere da 1 ai 6 mesi, va dai 3 mesi ad un anno e la multa prevista va dai € 1.000,00 ai € 3.000,00, invece dei € 103,00 applicati di norma. La differenza della pena tra i due reati evidenziati dipende dal diverso concetto di tutela: mentre il danneggiamento produce un effetto modificativo del bene tutelato, che ne diminuisce in modo apprezzabile il valore o ne impedisce anche parzialmente l’uso, dando luogo alla necessità di un intervento repristinatorio dell’essenza e della funzionalità della cosa stessa, il deturpamento realizza soltanto un’alterazione del bene, temporaneo e superficiale, il cui aspetto originario è facilmente reintegrabile.
Nell’ordinamento giuridico italiano, seppur la protezione penale del patrimonio culturale ha rappresentato per anni un valido strumento di aiuto e supporto nell’ambito della protezione dei beni di interesse storico-artistico, il testo guida in ambito di tutela rimane il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
Bisogna sottolineare, infatti, che il Codice penale trova applicazione solo per la tutela indiretta del bene culturale: basandosi cioè sul regime privatistico dei beni e attribuendo al carattere culturale del bene, il significato di semplice limite ai poteri di disposizione e godimento del proprietario, il patrimonio storico-artistico non assume nel codice penale il ruolo di bene giuridico autonomo e riserva al valore culturale un semplice carattere accessorio rispetto alla materialità del bene. Pertanto la culturalità del bene non rientra tra gli elementi oggettivi che concorrono a descrivere l’offesa al bene giuridico e il carattere storico artistico dell’oggetto materiale leso costituisce, quindi, solo un “disvalore aggiuntivo nell’ambito di reati con oggettività giuridica differente (reati contro il patrimonio) e assume nella struttura del reato la veste di circostanza aggravante”1.
La tutela diretta prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio presuppone invece che sia proprio il bene culturale ad essere oggetto di protezione diretta da parte del legislatore, riconoscendo un regime pubblicistico protettivo da parte dello Stato, indipendentemente dall’appartenenza pubblica o privata del bene. In tale sistema, il patrimonio storico-artistico costituisce appunto un bene giuridico autonomo e in virtù di tutelare questo patrimonio, nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio sono presenti sette articoli relativi a possibili sanzioni per illeciti di carattere penale e amministrativo.
Tralasciando le violazioni concernenti l’alienazione dei beni culturali, l’uscita e l’esportazione illecita, per le quali abbiamo dedicato ampio spazio nei precedenti articoli, analizziamo le pene detentive o pecuniarie di carattere penale afferenti ad azioni o comportamenti illeciti.
Per uso illecito, la giurisprudenza considera: “l’uso del bene culturale che ne determini la distorsione dal godimento che gli è proprio, ovvero di studio, di ricerca o piacere estetico complessivo”2.
Bisogna fare attenzione però, per chi non è esperto in materia, a non confondere l’illecito penale con quello civile e amministrativo e per avere una semplice ma chiara distinzione tra i tre ambiti, è opportuno delineare, brevemente, la principale differenza tra le tre forme di illecito.
L’illecito civile consiste nella violazione di una norma, posta a tutela di un interesse privato, alla quale consegue una sanzione risarcitoria, cioè finalizzata a reintegrare il danno subito dal soggetto portatore dell’interesse tutelato, irrogata dal giudice, nell’ambito della giurisdizione civile.
L’illecito penale è invece quello riconducibile alla categoria del reato, intendendosi per tale:
“da un punto di vista strettamente formale, ogni fatto umano alla cui realizzazione l’ordinamento giuridico ricollega una sanzione penale; da un punto di vista sostanziale, ogni fatto umano che comporta la lesione o la messa in pericolo di un bene giuridico ritenuto meritevole di tutela da parte dell’ordinamento, nel quadro dei valori costituzionali. La sanzione punitiva corrisposta, finalizzata all’afflizione del trasgressore, viene irrogata dal giudice, nell’ambito della giurisdizione penale”3.
In ultimo, l’illecito amministrativo può definirsi come quella violazione di una norma giuridica, cui viene comminata una sanzione amministrativa pecunaria. Rispetto all’illecito penale, non sono previste sanzioni che comportano la privazione della libertà del trasgressore, in quanto le sanzioni amministrative consistono fondamentalmente nel pagamento di una somma di denaro o in eventuali sanzioni accessorie, quali ad esempio la confisca amministrativa.
In modo particolare, il reato di opere illecite previsto nei confronti di chiunque agisce in contrasto con l’atto di controllo della Pubblica Amministrazione e in assenza di prescritta autorizzazione amministrativa, viene sanzionato dall’articolo 169 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
In modo particolare è punito con l’arresto da sei mesi ad un anno e con l’ammenda da euro 775 a euro 38. 734,50, colui che:
• senza autorizzazione demolisce, rimuove, modifica, restaura ovvero esegue opere di qualunque genere sui beni culturali indicati nell’art.10 del Codice dei Beni Culturali;
• senza l’autorizzazione del soprintendente, procede al distacco di affreschi, stemmi, graffiti, iscrizioni, tabernacoli ed altri ornamenti di edifici, esposti o non alla pubblica vista, anche se non vi sia stata la dichiarazione prevista dall’art.13 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio;
• chiunque esegue, in casi di assoluta urgenza, lavori provvisori indispensabili per evitare danni notevoli ai beni indicati nell’art.10 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, senza darne immediata comunicazione alla soprintendenza ovvero senza inviare, nel più breve tempo, i progetti dei lavori definitivi per l’autorizzazione.
Tali condotte, configurandosi come reato non di danno ma di pericolo astratto, che si configura quando il pericolo è implicito nella stessa condotta, vengono punite non per la dannosità in sé della condotta ma per la disobbedienza ad un obbligo amministrativo, che può procurare danni al bene tutelato. Questi tipi di comportamento sono frequenti tra coloro che decidono di eseguire lavori di intervento edilizio su edifici sottoposti a vincolo, senza avere l’autorizzazione da parte della Soprintendenza.
L’articolo 170 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio punisce invece la destinazione dei beni culturali indicati nell’articolo 10 del Codice stesso, ad uso incompatibile con il loro carattere storico od artistico o pregiudizievole per la loro conservazione o integrità.
I danni impliciti in questi tipi di reato possono infatti consistere in una diminuzione del godimento estetico, che si verifica, ad esempio, mediante interventi edilizi finalizzati alla modificazione dell’originaria destinazione d’uso di un bene vincolato. La sanzione penale prevista dal Codice contro questo reato va dall’arresto ,da sei mesi ad un anno, ad un’ammenda da euro 775 a euro 38.734, 50. La stessa sanzione è prevista nei confronti di chiunque omette di fissare al luogo di loro destinazione, o sposta senza preventiva autorizzazione, o comunicazione, i beni culturali e le cose mobili ed immobili appartenenti allo Stato, alle Regioni o agli altri enti pubblici territoriali o ad altri enti o istituti pubblici, o persone giuridiche private senza scopo di lucro ed agli enti ecclesiastici.
Sono previste sanzioni penali anche per chi compie violazioni in materia di ricerche archeologiche. L’articolo 175 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio prevede un arresto di un anno e un ammenda dai 309 a 3.099 euro per chiunque esegue ricerche archeologiche senza concessione e senza osservanza delle prescrizioni della pubblica amministrazione e per chiunque, essendovi tenuto, non denuncia, nel termine prescritto dall’articolo 90 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, comma 1, le cose indicate nell’Articolo 10 del suddetto Codice, rinvenute fortuitamente o non provvede alla loro conservazione temporanea.
Infatti, nel caso di scoperta fortuita, lo scopritore ha l’obbligo di denunciare il ritrovamento entro 24 ore al Soprintendente, al Sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza, provvedendo alla conservazione temporanea delle cose scoperte o lasciandole nelle condizioni e nel luogo dove sono state rinvenute, oppure, nel caso di cose mobili, di cui non si può garantire la custodia, avendo premura di rimuoverle per meglio garantire la custodia e la sicurezza, ricorrendo, se necessario, all’ausilio della forza pubblica.
La ratio di tale ipotesi di reato è quella di riservare allo Stato il compimento di ricerche archeologiche o le opere per il ritrovamento dei beni culturali, di cui all’articolo 10 del Decreto Legislativo n. 42 del 2004, per evitare, da un lato, che il soggetto, volto a effettuare la ricerca, possa impossessarsi illecitamente del bene culturale; dall’altro, per consentire che la ricerca avvenga tramite modalità e tecniche scientifiche tali da garantire la conservazione e l’integrità del bene, oggetto di possibile ritrovamento.
La norma di cui all’art. 175 cit. si pone in relazione con l’art. 88 del Codice dei Beni Culturali che riserva la ricerca archeologica al Ministero per i Beni Culturali e dichiara lo Stato, titolare del diritto di ricerca.
Il Ministero, secondo quanto stabilito dall’art. 89 del Codice dei Beni Culturali, può però anche dare in concessione a soggetti pubblici o privati l’esecuzione delle ricerche e delle opere ad essa riservate dall’art.88cit. ma, fornendo tale concessione, deve tuttavia impartire ai concessionari le prescrizioni da osservare nel compiere tali interventi, per garantirne il corretto svolgimento.
L’autorità statale sui beni di interesse archeologico viene riconosciuta anche dagli articoli 822 e 826 del codice civile. L’art. 822 c.c. prevede che gli immobili riconosciuti di interesse storico, archeologico e artistico, a norma delle leggi in materia, vengono inclusi nel demanio pubblico statale e analogamente l’articolo 826 stabilisce che in riferimento ai beni indicati come patrimonio dello Stato, delle Province e dei Comuni, le cose d’interesse storico, archeologico, paletnologico, paleontologico e artistico, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo, fanno parte del patrimonio indisponibile dello Stato.
Spesso però la punizione non è proporzionata al danno arrecato, in quanto la ratio della sanzione, definita strettamente amministrativa, consiste nel punire la violazione di una regola e non le conseguenze di quella violazione. Per questo, tra le sanzioni amministartive, si ritrovano anche le misure cosiddette alternative o ripristinatorie, che hanno, invece, come fine ultimo quello di ristabilire l’ordine violato, prevedendo la reintegrazione del bene culturale danneggiato.
Un esempio di questa seconda fattispecie di sanzione amministrativa è dato dall’ordine di reintegrazione, disciplinato dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, all’articolo 160, in base al quale se un bene vincolato subisce un danno a causa della violazione degli obblighi di protezione e conservazione, stabiliti dal suddetto Codice, il Ministero per i beni e le attività culturali ha l’obbligo di ordinare al responsabile l’esecuzione delle opere tese al ripristino, il tutto a sue spese. La natura di questa sanzione ha quindi carattere reale ripristinatorio ed in caso di inottemperanza viene eseguita d’ufficio. Nel caso invece di un’impossibilità della reintegrazione, la norma prevede una sanzione sostitutiva alla stessa di carattere pecuniario.
Queste due tipologie di sanzioni amministrative non sono da intendersi concorrenti tra di loro, ma si caratterizzano, entrambe, per lo scopo punitivo nei confronti del responsabile della violazione di una norma e per la finalità di prevenzione speciale e generale. Punendo infatti il singolo trasgressore, le sanzioni amministrative mirano infatti a scoraggiare l’intera collettività dal tenere comportamenti analoghi.
Un esempio molto comune di sanzione amministrativa è dato dalle violazioni in materia di affissione sugli edifici e nelle aree tutelate come beni culturali o lungo le strade site nell’ambito o in prossimità degli stessi. L’articolo 162 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio vieta infatti l’affissione e la collocazione di cartelli o qualsiasi altra forma pubblicitaria senza l’autorizzazione prescritta. In questi casi, vengono applicate le sanzioni previste dal nuovo Codice della strada, con sanzioni pecuniarie di varia entità, per la maggior parte correlate alla sanzione accessoria dell’obbligo di rimuovere ogni forma di pubblicità.
In particolare l’articolo 23 della legge 285 del 1992, al comma 1 prevede:

Lungo le strade o in vista di esse è vietato collocare insegne, cartelli, manifesti, impianti
di pubblicità o propaganda, segni orizzontali reclamistici, sorgenti luminose, visibili dai veicoli
transitanti sulle strade, che per dimensioni, forma, colori, disegno e ubicazione possono ingenerare
confusione con la segnaletica stradale, ovvero possono renderne difficile la comprensione o
ridurne la visibilità o l’efficacia, ovvero arrecare disturbo visivo agli utenti della strada o distrarne
l’attenzione con conseguente pericolo per la sicurezza della circolazione; in ogni caso, detti impianti
non devono costituire ostacolo o, comunque, impedimento alla circolazione delle persone invalide.
Sono, altresì, vietati i cartelli e gli altri mezzi pubblicitari rifrangenti, nonché le sorgenti e le
pubblicità luminose che possono produrre abbagliamento. Sulle isole di traffico delle intersezioni
canalizzate è vietata la posa di qualunque installazione diversa dalla prescritta segnaletica4.
La sensibilizzazione del cittadino alla conoscenza delle sanzioni penali e amministrative, che mirano alla difesa dei Beni Culturali è utile per far acquisire un certo radicamento con il proprio territorio di riferimento, nel rispetto della legge, e per rendere la fruizione del patrimonio culturale, un vero e proprio diritto, in linea con quanto si legge nell’articolo 9 della Costituzione: “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA  SANZIONI

Mantovani F., Diritto penale, parte generale e speciale: Delitti contro il patrimonio, Cedam, 1989.

Mansi, La tutela dei beni culturali, Padova, Cedam, 1998

G. Napolitano, L’Illecito amministrativo: profili sostanziali e processuali, Matelica, Alley, 2005

F. Colautti, Cenni in ordine alle sanzioni nel “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, Salzano, 2007.

Caggiano F., Depenalizzazione e sistema sanzionatorio amministrativo, Simone, 2011.

G. Gambogi, La protezione penale del patrimonio culturale nell’ordinamento giuridico italiano, intervento al V Seminario International de Arte y Derecho – Barcellona 17 maggio 2013

R. Tamiozzo, La legislazione dei beni culturali e paesaggistici, Milano, Giuffrè, 2014

M. Macalli, Gestione dei beni culturali e trust, Milano, EDUCatt, 2014.

 

 

di Annaida Mari

La vittima del reato. Luci e ombre e nel panorama legislativo italiano.

La vittima del reato. Luci e ombre e nel panorama legislativo italiano.

    di Roberta De Candia                                                                          


SOMMARIO: 1. La vittima ieri: profili storici. – 2. Offeso e danneggiato nel codice del 1988. – 2.1. L’offeso. – 2.2. Il danneggiato. – 3. Regole per l’esercizio dell’azione civile nel processo penale

  1. La vittima ieri: profili storici

“La vittima del reato è un protagonista del processo penale e dev’essere messa in prima linea nelle preoccupazioni giuridiche e morali della giustizia, sicché nel processo deve avere altrettante garanzie quante ne ha e ne deve avere il giudicabile”: è con queste parole che, Enrico Ferri, rappresentante massimo della scuola positiva di diritto penale interpretava le accorate istanze vittimo-centriche nel dicembre del 1913, quando mancava meno di un mese all’entrata in vigore del codice di procedura penale Finocchiaro Aprile[1].

Possiamo ricondurre alla scuola positiva la lotta più tenace nella difesa dei diritti processuali della vittima. Sul finire dell’800 è proprio Raffaele Garofalo a lamentare come la scarsa attenzione “a coloro che soffrono per un delitto” sia “la parte più difettosa delle legislazioni moderne”[2] , aggiungendo che “colmare queste lacune sarà un’opera di vera civiltà”. E’ dal codice Aprile Finocchiaro che ci si aspetta quest’opera di “ vera civiltà”, considerando che in questa nuova normativa processuale si ravvisava l’autentica prima regolamentazione organica del processo penale dell’Italia post unitaria, tenendo presente che il codice precedente era il prodotto della “civiltà” sardo piemontese.

Nel 1913, più che un “nuovo codice” un “codice nuovo”, dal quale ci si aspettava un progresso di sensibilità, di civiltà giuridica, e soprattutto una nuova visione responsabile della mutata realtà sociale, anche riguardo al crimine[3]. In Ferri, si manifesta il desiderio più profondo di avere una nuova regolamentazione della disciplina penalistica che raccolga quel fermento vivo provocato dall’euforia del momento e di un codice “italianamente pensato e italianamente scritto” che possa far proprio il “palpito di questo fatto umano, morale e sociale”[4].

Le stesse speranze e le aspettative che albergavano negli animi della Scuola positiva, però, furono subito disattese a causa della perdurante indifferenza delle esigenze della vittima, negando ad essa quegli auspicati poteri d’azione che avrebbero reso il giudizio più equo, garantendo i diritti lesi della vittima, oltre alla salvaguardia degli interessi generali della società[5].

La realtà normativa successiva al 1913 non cambiò le cose. Non furono mai considerate le richieste fatte dalle vittime del reato. Questo perpetrante comportamento messo in atto dallo Stato nei confronti della vittima non faceva altro che evidenziare la sua condizione di inferiorità, privandola del diritto ad una piena partecipazione al processo. Se da una parte lo Stato condannava qualsiasi tipo di iniziativa privata, in quanto contrastante con i contenuti, i metodi e le finalità di rilevanza generale attribuibili al diritto e all’azione penale, dall’altro non garantiva alla vittima del reato il giusto spazio nel processo, condannandola ad una posizione di emarginazione sociale. In quest’ottica la vittima viene percepita come un soggetto ingombrante, se non addirittura pericoloso, suscettibile di rievocare con la sua intrusione nel processo nostalgie per istituti più vicini alla faida e alla giustizia sommaria che non all’autorità dello Stato, unico detentore del potere sanzionatorio[6].

Ma cosa chiede la vittima al processo penale?

Bouchard sostiene che la vittima voglia essere “riconosciuta”[7]. La persona offesa vorrebbe certamente vedersi riparate le sofferenze patite, ma i suoi bisogni non finiscono qui. I dolori patiti dalla vittima non vengono ristorati magari in termini economici, o attraverso l’inflizione di pene sull’autore del reato commessi: questo rappresenta il “volto più sgradevole della vittima”[8].

Le aspettative disattese dal codice del 1913, vennero poi riversate nuovamente in quello del 1930.

Anzitutto consideriamo il dato normativo che viene offerto al codice penale. È una rubrica intitolata “Della persona offesa dal reato” che, nell’impostazione sistematica dei compilatori, doveva fare da pendant dei capi precedenti dedicati al “reo”[9]. L’aspettativa, però, di trovare una ben che minima definizione di che cosa il codice intenda per “offeso dal reato” va del tutto delusa. Il capo in questione si limita a disciplinare, sotto alcuni profili, gli istituti della querela (art.336 c.p.p.), dell’istanza (341 c.p.p.) e della richiesta (art. 342 c.p.p.), cosi che l’interprete è indotto da questo silenzio a far ricorso ad indici e criteri non espressi in norme precise, nel tentativo di dar corpo a questa rubrica, perché essa non rappresenti un flatus vocis[10].

La disciplina cambia in quanto alla persona offesa viene data una rilevanza mai data prima, ma per molti aspetti connotata da ambiguità. Le viene riconosciuto il potere di presentare memorie durante la fase istruttoria (art. 121 c.p.p.), di indicare elementi di prova (art. 187 c.p.p.), di essere ascoltata prima dell’emissione di un mandato (art. 280 c.p.p.), di proporre indagini per l’accertamento della verità (art. 326 c.p.p.), di essere esaminata come testimone (art. 497 c.p.p.) durante la fase dibattimentale.

Se è vero che tutti questi poteri insiti nel codice auspicano ad una situazione differente rispetto a quella del codice Aprile-Finocchiaro, è pur vero che questi si imbattono in una normativa orientata più al passato che al futuro; si stabilisce in modo perentorio che l’esercizio delle facoltà riconosciute alla persona offesa “non conferisce alla predetta persona alcun diritto”[11].

E’ il clima politico-istituzionale di questo periodo che pone al centro dell’interesse l’esaltazione dell’ordine etico-sociale e la sua tutela; la figura della vittima di ogni fatto di reato viene inglobata in quella dello Stato-collettività, che assurge alla figura di “grande offeso del reato”[12].

Dunque, nella logica del legislatore dell’epoca l’intervento nel processo dell’offeso appare preordinato ad ottenere da un lato una sorta di cooperazione di parte con l’organo inquirente, e dall’altro la disponibilità nel processo come mezzo di prova testimoniale[13].

Ad una lettura più attenta, però, ci si rende conto di come le ragioni politico-istituzionali non siano sufficienti a spiegare le scelte del legislatore del 1930. Se cosi fosse stato, al primo cambiamento del sistema sarebbe corrisposto anche un mutamento di rotta, indirizzato verso un’accentuazione nel processo penale del ruolo della vittima, titolare dell’interesse leso dal fatto di reato.

Negli anni successivi, del resto, già gli interventi novellistici, seppur settoriali, operanti sull’originario tessuto normativo del codice Rocco avevano evidenziato un tentativo di dare maggiore risalto, in un sistema penale espressamente pubblicistico, all’interesse privato[14].

Occasioni di sviluppo di questo sistema politico-istituzionale “poco attento” ai bisogni della vittima ci sono state. La prima occasione propizia è stata quella del 1955[15], anno nel quale la novella ha rappresentato un innovativo corpus organico nel tessuto codicistico del 1930, operando anche sulla figura dell’offeso all’interno delle logiche del processo, consentendogli di presenziare all’acquisizione di alcuni mezzi di prova, a condizione, però, che il giudice ne ravvisasse la necessità o che il pubblico ministero o i difensori dell’imputato ne facessero richiesta[16].

La nuova regolamentazione della normativa processuale per l’offeso di fatto non cambiò di molto la situazione precedente; la sua partecipazione restava vincolata al contributo probatorio ricavato per la ricostruzione dei fatti di causa, lasciando in disparte ogni forma di tutela dei suoi interessi personali[17].

La situazione non registrò fondamentali miglioramenti con le successive innovazioni nel corso degli anni ’60 e ’70. Ad esempio, fu previsto l’invio della comunicazione giudiziaria alla persona offesa[18], ma non già perché si volesse dare riconoscimento ufficiale alla sua situazione di titolare dell’interesse all’accertamento della lesione patita, ma semplicemente per informarla dell’avvenuta instaurazione di un procedimento e del suo conseguente diritto di intervenirvi in vista dell’esercizio di un’eventuale azione civile risarcitoria, ove dal reato le fosse derivato un danno risarcibile[19].

“In regime di democrazia il processo dev’essere un colloquio civile tra persone poste allo stesso livello umano”, così Piero Calamandrei[20].

Quindi il processo nato da un percorso di democrazia sembrerebbe quello più idoneo a consentire gli spazi giusti anche alla vittima.

Bisognerà però aspettare il 1989, anno in cui in Italia si registrò un vento positivo di rinnovamento democratico del sistema processuale penale ,che passò attraverso l ‘emanazione di un nuovo codice ispirato ai principi del rito accusatorio, quindi del processo tra le parti. Alla persona offesa viene dedicato il titolo VI del libro I, ufficializzandone in tal modo la posizione.

Sotto il profilo sistematico e dei principi rappresenta senza dubbio una novità significativa quella introdotta dal legislatore nel dedicare alla persona offesa dal reato un apposito titolo del libro I del codice, riconoscendole la qualità di soggetto processuale alla stregua del giudice, dell’imputato, delle parti private e dei difensori, attribuendole in tal modo diritti e facoltà all’interno dell’interno processo. L’inclusione della persona offesa tra i soggetti processuali non implica, però, che ad essa si attribuisca la qualità di “parte”[21], ma comporta il riconoscimento di una posizione soggettiva rilevante nel processo. All’offeso vengono infatti riconosciuti un complesso di “diritti e facoltà” richiamati dall’art. 90 c.p.p. e specificatamente disciplinati in altre disposizioni del codice. Infatti, il nuovo codice differenzia nettamente l’offeso dalla figura della “parte”, negandogli i poteri e i diritti che a questa vengono attribuiti al fine di provocare una decisione giurisdizionale. Si tratta di un’innovazione che bene si armonizza con la fisionomia del nuovo processo penale a carattere accusatorio, il cui svolgimento è essenzialmente determinato dal rapporto dialettico tra accusa e difesa, essendo innegabile che, nei procedimenti per reati che ledono (o mettono in pericolo) beni personali o patrimoniali dei singoli soggetti, costoro, sono di fatto i naturali contraddittori dell’imputato[22].

Nel vecchio codice, a dire il vero, il contributo della vittima alla persecuzione penale del reo trovava spazio sia, per esempio, nei procedimenti per reati perseguibili a querela o ad istanza, quindi attraverso manifestazioni di volontà, sia attraverso informazioni indispensabili al giudizio, sia attraverso lo svolgimento di attività accusatorie nelle vesti di parte civile. Questi contributi però non sono mai stati realmente attuati, rimanendo teoricamente disconosciuti come tali e praticamente celati sotto istituti e aspetti processuali di diversa natura e funzione, come la condizione di procedibilità, la testimonianza, l’esercizio dell’azione civile di risarcimento dei danni[23].

Il distacco dalle legislazioni precedenti, disorganiche e incomplete, è ormai evidente, però non siamo ancora arrivati “a quell’auspicio che alla persona offesa potesse un giorno riconoscersi il diritto di intervenire al processo nella pienezza della veste di parte, sia pur in senso sostanziale, e precisamente di parte accusatrice”[24].

In questo periodo si riscontra, sia nella legislazione che nella prassi giudiziaria, l’attribuzione di una posizione di maggior rilievo alla persona offesa dal reato, considerata come portatrice di valori e di interessi non meramente individuali, né meramente patrimoniali[25]. Alla persona offesa si riconoscono poteri e facoltà, ma viene rigorosamente “esclusa dagli esami diretti, non interloquisce nella discussione, non figura tra i legittimati ad impugnare”[26]. E’ proprio questo particolare che suggerisce qualche cautela nell’enfasi generale dettata dal ruolo della persona offesa nel nuovo sistema processuale.

In definitiva, anche con il codice dell’89 la figura della persona offesa, pur avendo guadagnato maggiore spazio ed una più consistente autonomia, subisce sempre il limite della sua tradizionale posizione di subalternità rispetto alla pretesa punitiva dello Stato.

Bisogna a questo punto ammettere che la vittima esiste e chiede tutela e allo stesso tempo giustizia, rappresenta l’antagonista primario dell’autore del reato, ed è per questo motivo che è solo “parte necessaria e naturale” del conflitto penale. E’ proprio questa considerazione a far nascere l’esigenza di “correttivi a livello sistematico che possano finalmente conferire un ruolo dignitoso alla persona offesa e conseguentemente una posizione di rilievo nella dinamica processuale”[27].

Una certa apertura verso soluzioni che sembravano conferire alla vittima una posizione di rilievo si riscontra all’interno della normativa sul processo davanti al giudice di pace[28]. Qui l’offeso dal reato riconquista, sia pur parzialmente, una certa centralità, potendo agire senza intermediari davanti al giudice nella veste di parte accusatrice, col potere di determinare, attraverso la citazione diretta a giudizio per i reati perseguibili a querela, l’attivazione della fase giurisdizionale e col potere di proporre impugnazione anche agli effetti penali[29].

L’esperienza del processo davanti al giudice di pace ha avuto effetti positivi, sprigionando speranza negli animi di coloro i quali da tempo attendevano. Questa stessa speranza che aveva accompagnato il processo, fu destinata a breve vita. L’impressione che questa esperienza ha suscitato, ha fatto emergere la figura di un legislatore che, dopo aver osato per la prima volta, ha avuto paura di ripetersi. Questo viene confermato da una proposta di legge di alcuni parlamentari, la quale non ha avuto nessun esito[30].

E’ difficile trovare una nozione condivisa sul concetto di vittima. La persona offesa dal reato viene tradizionalmente individuata nel soggetto passivo particolare della condotta penalmente rilevante, distinto rispetto allo Stato che è soggetto passivo costante di tutti i reati, in quanto portatore dell’interesse al mantenimento dell’ordine costituito[31]. Per vero, vi è incertezza già sull’etimo del termine[32]. Sono due le ipotesi che sono state avanzate: la prima asserisce la nascita del termine “vittima” da “vincire”, nel significato di legare, avvincere, e ne ricollega l’origine alla pratica di legare gli animali offerti alle divinità durante lo svolgimento dei riti sacrificali; la seconda fa riferimento al verbo “vincere” e, secondo questa, la vittima sarebbe il soggetto sconfitto e disarmato di fronte al vincitore. All’oscurità dell’origine etimologica fa riscontro anche la difficoltà di individuare una nozione univoca del termine. Il vocabolo è, infatti, utilizzato in ambiti differenti e assume contenuti diversi a seconda delle prospettive e dei contesti entro i quali è inserito: antropologico – culturale, sociologico, religioso – spirituale, teologico – sacrificale, psicologico o psicoanalitico e infine, giuridico[33].

Secondo Von Henting[34], “la vittima è il soggetto titolare del bene giuridico protetto dalla norma penale, il quale risente in via primaria o secondaria, della commissione del reato con sofferenza o con dolore”.

Fattah pone, l’accento sulle conseguenze che il fatto di reato comporta, al fine di individuare mediante queste, la vittima, affermando che “il termine evoca genericamente chi subisce conseguenze negative, perdite, danni, lesioni di natura materiale, fisica e psicologica”[35].

In ultimo, altri come Viano[36], definiscono la vittima come “qualsiasi soggetto danneggiato o che ha subito un torto da altri, che percepisce se stesso come vittima, che condivide l’esperienza con altri, cercando aiuti, assistenza e riparazione, che è riconosciuto come vittima e che presumibilmente è assistito da agenzie-strutture pubbliche, private o collettive”.

Nella dimensione quotidiana, nella comune accezione, la vittima è percepita come parte passiva del reato, secondo il modello improntato sulla dicotomia reo/vittima, che identifica quest’ultima in un soggetto completamente inerme e passivo[37].

Questa considerazione assume contorni di veridicità se la si riporta ai casi in cui la vittima svolge un “ruolo” nella genesi e nella dinamica del reato, o è dotata di particolari predisposizioni o caratteristiche di vulnerabilità. Si è arrivati ad affermare che la vittima rappresenta il secondo polo della diade criminale[38]: quest’ultima, insieme al reo, compone la realtà umana con cui il diritto penale deve confrontarsi. La vittima è, quindi, uno degli attori essenziali della situazione penalmente rilevante, pertanto l’intera vicenda criminale deve essere esaminata tenendo conto del ruolo svolto da ciascuno nella dinamica che ha prodotto il verificarsi del reato[39].

Non è in concreto individuabile una persona offesa rispetto ad ogni fattispecie di reato, né rispetto ad ogni reato commesso[40]. È stato posto in evidenza che il concetto di persona offesa è in realtà assai più ampio di quello di soggetto passivo e che appare pertanto più corretto, in chiave processuale, definire persona offesa ogni soggetto cui l’ordinamento riconosce poteri di impulso e di controllo nell’esercizio dell’azione penale[41].

Con l’attenzione rivolta alla vittima del reato, si è spostata l’ottica dell’indagine criminologica sul fenomeno nella sua globalità: quando si esamina un reato si deve partire dal presupposto che il reato è interazione, è un “dramma” a due protagonisti e ciò rende opportuno affrontare i complessi rapporti tra i due soggetti, indagandone le interazioni e individuandone la reciproca influenza[42]. Sarebbe, invero, impossibile comprendere il sorgere, lo svolgersi e l’epilogo del fenomeno criminale se non lo si esaminasse sotto la visuale della dialettica tra criminale e vittima.[43]

2. Offeso e danneggiato nel codice del 1988

Il codice del 1988 rompe con il passato, abbandonando la tradizione italiana e il modello “francese”, da cui deriva.

E’ doveroso però fare una premessa, riferendosi ai codici che lo hanno preceduto. In primis va detto che la dicotomia “offeso”[44] e “danneggiato”[45] è nuova nella terminologia dei nostri tesi legislativi[46]. Il codice di procedura penale del 1913 usava infatti, per indicare “l’offeso”, la locuzione “parte lesa”, mentre la contrapposizione “offeso e danneggiato”, che pure era dato riscontrare, contrassegnava, sotto due aspetti diversi la categoria dei danneggiati civilmente.

L’ “offeso”, era chi aveva subito una lesione personale, o chi era stato leso nell’onore ovvero nella libertà individuale o personale in senso lato[47]; il “danneggiato” era, invece, chi aveva subito un danno al patrimonio in senso stretto, in conseguenza del reato, ed agiva in sede processuale penale per ottenere il relativo risarcimento o le restituzioni[48].

Il codice del 1888 riconosce alla persona offesa un ruolo meramente “penalistico”, indirizzato ad ottenere soltanto la persecuzione penale dell’autore del reato; al danneggiato invece, che si sia costituito parte civile, il codice attribuisce un ruolo meramente “civilistico”, tutelandone solo l’interesse ad ottenere il risarcimento del danno derivante dal reato[49]. Quanto questo risultato sia ottenibile nella realtà delle cose non è dato sapere, perché nella prassi la parte civile si comporta come un’accusa penale privata e, viceversa, la persona offesa è presente nel procedimento, il più delle volte, al fine di stimolare l’accusa nella ricerca di quegli elementi su cui si baserà la successiva ed eventuale richiesta di risarcimento del danno[50]. Viene facile, a questo punto, porsi la domanda sul perché il codice abbia voluto distinguere persona offesa e parte civile. La risposta la si ricava agevolmente dalla Relazione al progetto preliminare, all’interno del quale Il legislatore ha premuto affinché il danneggiato esercitasse l’azione civile non nel processo penale, ma in uno esclusivamente dedicato, quindi nel processo civile[51]. La scelta del legislatore risponde ad una sua ratio: si vuole che i due processi, penale e civile si svolgano separatamente, sia per evitare che il problema del risarcimento del danno condizioni l’accertamento della responsabilità penale, sia per non alterare l’equilibrio delle parti nel processo, dove il ruolo dell’accusa è già assunto dal pubblico ministero[52]. La scelta del codice ha un primo riflesso sulla struttura del procedimento penale. Durante la fase delle indagini preliminari viene tutelata soltanto la persona offesa, nel suo interesse “penalistico” mirato ad ottenere il rinvio a giudizio dell’imputato. Non viene però, tutelata la situazione soggettiva di “danneggiato” dal reato; tantomeno si tutela il suo interesse ad ottenere, un provvedimento conservativo sui beni del presunto colpevole.

Dopo la formulazione dell’imputazione i ruoli appaiono capovolti. La persona offesa può solo presentare memorie ed indicare elementi di prova, ma non ha la possibilità di partecipare attivamente all’udienza preliminare né al dibattimento; viceversa, soltanto la parte civile può parteciparvi. In definitiva, alla persona offesa, dal momento in cui il pubblico ministero formula l’imputazione, si vedono riconosciuti poteri processuali soltanto se cumula la veste di danneggiato e se esercita l’azione civile entro il processo penale[53].

Questo è stato possibile grazie al fatto che, le qualifiche di offeso e di danneggiato coesistono nel medesimo soggetto. A titolo esemplificativo, possiamo ricordare come, il soggetto che subisce una lesione personale, è al tempo stesso persona offesa e danneggiata. Nel delitto di calunnia (art.368 c.p.), ad esempio, il soggetto, al quale è stato ingiustamente attribuito il reato, è al tempo stesso offeso e danneggiato perché ha subito quantomeno un danno morale.

Ecco allora che alla persona offesa è stata riconosciuta la qualifica di “soggetto” del procedimento e le sono stati attribuiti poteri processuali ricollegati esclusivamente al possesso di tale qualifica[54].

2.1 L’offeso

La moderna dottrina[55], superate le teorie che identificavano la persona offesa nell’ “ uomo o la cosa su cui cadono gli atti materiali dal colpevole al pravo fine indirizzati”[56], nel titolare dell’interesse “immediatamente” protetto dalla norma penale[57], nella “persona che dal reato viene immediatamente offesa”[58], è concorde nel ritenere che, per determinare il concetto di persona offesa dal reato, occorre fare riferimento all’oggetto giuridico del reato stesso, vale a dire all’oggetto della tutela giuridico penale.[59] Vi sono interessi che solo eventualmente vengono pregiudicati dall’azione criminosa, ma in ogni reato vi è un interesse che deve risultare necessariamente offeso perché il reato vero sussista: “il vero oggetto della tutela penale è l’interesse che è legato in maniera indissolubile con la nozione del reato”. Una volta determinato l’interesse protetto, viene automaticamente individuato l’offeso del reato: questo è il titolare dell’interesse la cui offesa costituisce l’essenza del reato”[60].

Oggigiorno, il concetto di persona offesa non coincide perfettamente con quello di vittima. La persona offesa viene individuata dalla legge in quel soggetto che subisce l’azione delittuosa o, meglio, in quel soggetto al quale appartiene l’interesse protetto dalla norma punitiva o che, comunque è titolare di tale interesse[61] .

All’interno del nostro ordinamento il termine “vittima” viene usato genericamente, indicando dapprima l’offeso, oppure il danneggiato o chiunque subisca un pregiudizio della commissione di un reato.

L’accezione generica, di matrice criminologica, esprime in realtà un significato proprio della vittimologia, che prende il nome di teoria “vittimo-dogmatica”: questa allude agli effetti indiretti della mancanza di una giusta punizione del reo, o di una giusta riparazione e di un riconoscimento nei propri confronti che la vittima può soffrire a causa della inefficienza del processo[62]. L’interesse scientifico per la vittima nasce negli anni ’50 -’60, e nasce all’interno della criminologia di lingua inglese, comunque anglo parlante. E’ interessante notare come la nascita di una riflessione scientifica sulla vittima avvenga come tentativo di liberarsi da un senso di colpa, in questo caso di un processo di autocolpevolezza legato al fenomeno della shoah [63]. Non a caso i primi sociologi, criminologi e vittimologi erano di origine ebraica. Furono i primi ad interessarsi ad aprire questo versante della riflessione sulla vittima; è facile capirlo perché in qualche modo cercavano essi stessi di liberarsi di un peso.

Se riflettiamo criticamente sulla produzione vittimologica di quegli anni ci si accorge della riaffermazione della colpa della vittima. Come per la shoah, così nell’atto criminale, si diceva che la vittima è corresponsabile dell’evento delittuoso, e per la propria condotta di vita, essa colpevolmente si espone al rischio di essere vittimizzata[64]. Non è un caso che i primi studi vittimologici degli anni ’50 – ’60, condotti negli Stati Uniti, e poi ripresi, dall’Università di Gerusalemme, che diventò uno dei centri principali di vittimologia, focalizzarono la loro attenzione sulla figura del “plurivittimizzato”.

Nello studio di questa particolare categoria, emerge in modo lampante come questo sia un soggetto che disegna un profilo di fragilità, di esposizione al rischio. Fino ai primi anni ’70, abbiamo una produzione scientifica minimalista. Successivamente si assiste ad un inversione di tendenza. La situazione cambia radicalmente durante i primi anni ’70: la seconda grande tappa dello sviluppo dello studio vittimologico. Questo, nasce e si sviluppa, sul piano delle politiche sociali all’interno di quei paesi dove la vittima è finalmente assunta come soggetto e oggetto del to care. Siamo alla fine degli anni ’70, cominciano le grandi ricerche vittimologiche: negli USA, ancora in Canada, in Inghilterra, in Germania e, l’ultimo fanalino di coda è l’Italia. La prima grande ricerca vittimologica sulla realtà italiana è del 1988 ad opera dell’ISTAT. Dal punto di vista scientifico, la grande stagione della ricerca vittimologica ha fornito un dato formidabile di conoscenza, ormai comparabile in tutti i Paesi occidentali. Con le grandi ricerche vittimologiche della fine degli anni’70 e di tutti gli anni ’80, nei Paesi occidentali si scopre un’altra realtà, opposta rispetto a quella tradizionale sulla quale era nato l’interesse vittimologico.

L’interesse vittimologico, abbiamo visto, nasce da una ossessione che declina il tema vittimologico nella connivenza tra vittima e autore. Le ricerche della fine anni ’70, primi anni ’80, scoprono, invece, il rischio di vittimizzazione da criminalità opportunistica, dove non esiste nessun rapporto né connivenza tra autore e vittima, anzi l’elemento significativo della criminalità è che l’autore non conosce la vittima, è soltanto occasionale il fatto che l’aggredisca, e quindi, situazionale la realtà che determina l’individuazione della vittima. Questo fa emergere un nuovo paradigma esplicativo del fenomeno deviante nel suo complesso che è, appunto, quello dell’occasione[65].

Mi è sembrato doveroso dover accennare alla nascita della vittimologia per poter meglio focalizzarci sulla parte dedicata all’offeso dal reato.

Nel nostro ordinamento bisogna riconoscere una certa distanza dalla vittima[66].

È necessario condurre un’ indagine volta a mettere in luce la posizione che assume, ed il ruolo che svolge la persona offesa dal reato nell’ambito del processo. Questa deve muovere da premesse di diritto penale sostanziale, quanto meno per disporre di strumenti idonei al fine di interpretare con esattezza il significato e la portata delle disposizioni processuali che includono quel soggetto[67] nella loro previsione.

La Costituzione non contiene nessun riferimento a tale figura, nonostante l’opera riformatrice attuata sull’art. 111 Cost., riformato proprio per aderire alle istanze delle fonti internazionali. A questo proposito si possono menzionare alcune iniziative parlamentari rivolte alla tutela delle vittime[68].

In primis, si tratta di due disegni di legge di revisione costituzionale[69]. L’uno mira ad inserire nell’art.111 Cost. un riconoscimento dei diritti e delle facoltà delle vittime dei reati introducendo, dopo il comma 5, un comma ulteriore: “ La vittima del reato e la persona danneggiata dal reato sono tutelate dallo Stato nel modi e nelle forme previsti dalla legge”. Una formula che fa intravedere un processo di depurazione del concetto di vittima da quello di danneggiato e una tendenziale identificazione con quello di offeso dal reato. L’altro con la formula: “La legge garantisce i diritti e le facoltà delle vittime del reato” vuole rimediare alla tendenza a non lasciare spazio all’offeso nel momento in cui decide di non esercitare l’azione civile. Il disegno di legge mira a conferire alla vittima una nuova veste, quella di soggetto all’interno di un processo giusto per tutte le parti.

La seconda iniziativa, concernente l’assistenza e la tutela delle vittime dei reati, si rivolge a tutte le vittime della criminalità comune. Ciò che è necessario mettere in evidenza è che questo disegno di legge vuol dare una nozione più ampia di vittima, che ì ricomprenda i due concetti di offeso e di danneggiato. Fino a quando queste riforme non saranno attuate, bisognerà evidenziare come il termine vittima compare nel nostro ordinamento per recente acquisizione. Forse è presente solo nell’art.498, comma 4-ter, c.p.p.[70] a proposito dell’esame del minorenne o del maggiorenne infermo di mente “vittima del reato”: quindi in un contesto in cui la vittima non appare come titolare di diritti e facoltà da esercitare nel processo, ma come soggetto debole [71].

La persona offesa dal reato è il titolare dell’interesse giuridico privato protetto, anche in modo non prevalente, da quella norma incriminatrice che si assume sia stata violata dal reato. Il codice attribuisce alla persona offesa la qualifica di “soggetto” del procedimento; la qualifica di “parte” le viene riconosciuta soltanto se, nella veste del “danneggiato” dal reato, la persona offesa ha esercitato l’azione risarcitoria costituendosi parte civile[72]. Quanto appena detto, non sempre viene rispettato, in quanto, in modo atecnico, alcune leggi di modifica del codice hanno utilizzato il termine “parte offesa” per riferirsi alla persona offesa[73]. Tuttavia, le due espressioni corrispondono a concetti giuridicamente ben distinti: persona offesa dal reato è il titolare del bene leso o messo in pericolo dall’azione criminosa; parte offesa, è colui che in conseguenza del reato, ha subito un danno risarcibile[74].

Il codice di procedura penale prevede almeno un caso di persona offesa di “creazione legislativa”[75]. Ai sensi dell’art.90, comma 3, qualora una persona sia deceduta in conseguenza del reato, le facoltà e i diritti previsti dalla legge in favore della persona offesa sono esercitati dai “prossimi congiunti”. Pertanto la qualifica di offeso è attribuita anche a chi ha rinunciato all’eredità, in quanto si prescinde dai diritti di natura civilistica derivanti dalla successione.

Procediamo con ordine.

Nella vigenza del codice abrogato, il ruolo della persona offesa era sostanzialmente quello di fornire al pubblico ministero informazioni utili sullo svolgimento dell’istruzione, nonché attraverso la propria testimonianza, una prova a carico dell’imputato, il tutto in coerenza con il sistema inquisitorio, che vedeva nel procedimento penale esclusivamente il luogo di ricerca della verità e non anche quello di tutela di interessi personali o individuali[76]. Con l’introduzione del processo accusatorio, il p.m. si spoglia dalle vesti di “accusatore-giudice” e diviene parte processuale. In tale rinnovato assetto vengono superate le resistenze dogmatiche al conferimento di un ruolo attivo ai privati interessati all’esercizio dell’azione penale, rispetto alla quale il p.m. ha perso il proprio ruolo di sovrano illimitato a favore di quello di contraddittore dell’imputato[77].

L’offeso viene così ad assumere la posizione di “accusa privata”, accessoria ed adesiva a quella pubblica, da cui non sono disgiunti momenti di autonomia in funzione di controllo e di sollecitazione in ordine alle investigazioni, all’assunzione di prove, all’esercizio dell’azione penale[78]. Nonostante il notevole ampliamento della rosa dei diritti e facoltà conferitigli, l’offeso resta un semplice postulante, privo del potere di agire e di proporre domande di merito, e subisce il doppio limite della presenza del p.m. da un lato, e della parte civile dall’altro.

La giurisprudenza in merito afferma che per la persona offesa in quanto tale e per il querelante, che non si siano costituiti parte civile, il procedimento penale non può essere definito come una “propria causa”[79].

All’istituto in esame è infatti dedicato un apposito titolo del codice, distinto rispetto a quello che disciplina le parti private diverse dall’imputato, e la posizione processuale dell’offeso dal reato viene tenuta differenziata rispetto a quella delle parti in numerose norme del codice[80].

La legittimazione all’esercizio dei diritti e della facoltà che sono attribuiti all’offeso sorge come naturale conseguenza del crimine commesso in capo al soggetto che è il titolare dell’interesse protetto dalla norma violata[81].

La capacità processuale della persona offesa è invece un profilo della capacità ad agire e, in virtù del richiamo operato dal comma 2 dell’art.90, nelle ipotesi di minori o infermi di mente, compete ai soggetti individuati dagli artt.121 e 122 c.p.[82]. E’ il rappresentante legale, al quale si aggiunge la concorrente capacità del genitore, tutore o curatore, il soggetto attraverso il quale l’infraquattordicenne e l’inabilitato esercitano i poteri spettanti all’offeso.

In riferimento al difetto di legittimazione e capacità processuale, possiamo affermare come questo sia rilevabile d’ufficio dal giudice, in quanto “la presenza sulla scena processuale di un soggetto munito di così incisivi poteri può e deve avvenire solo nelle ipotesi espressamente previste dalla legge”[83].

Il potenziamento del ruolo dell’offeso introdotto dal nuovo codice, ha trovato attuazione attraverso il comma 3 dell’art.90, il quale fa rientrare i prossimi congiunti della persona offesa e deceduta in conseguenza del fatto di reato, tra i soggetti legittimati iure proprio, pur non essendo i titolari dell’interesse leso dal reato. L’ipotesi prospettata esclude che si tratti di rappresentanza legale o di sostituzione processuale e la situazione rappresentata dal c.3 dell’art 90 c.p.p. è unicamente quella in cui la morte sia dipesa dal reato contro cui si procede, vale a dire quella in cui la medesima si configuri come elemento costitutivo o circostanza aggravante del reato stesso[84]. Ai prossimi congiunti del soggetto passivo deceduto per causa diversa rispetto alla commissione del reato non compete dunque l’esercizio dei diritti e delle facoltà previste, salvo la possibilità di costituirsi parte civile assumendo la qualità di danneggiati.

2.2. Il danneggiato

Abbiamo fino ad ora considerato il reato come un evento che costituisce un’offesa ad un bene giuridico, trascurando come questo possa aver provocato anche un danno. Infatti, l’illecito penale e l’illecito civile derivano dal medesimo titolo, e cioè dal fatto di reato. In questo caso, a norma dell’art. 185 c.p.p., colui che ha commesso il reato è obbligato a risarcire il danno e, nell’ipotesi di sottrazione di “cosa”, a restituirla[85].

Il danno risarcibile può manifestarsi nelle forme del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale.

In riferimento al primo, il danno patrimoniale consiste nella privazione o diminuzione del patrimonio nelle forme del danno emergente e del lucro cessante. Il danno patrimoniale viene quantificato “per equivalente pecuniario”[86], nel senso che si deve ripristinare quella situazione economica e patrimoniale del danneggiato che era preesistente e che avrebbe dovuto proseguire, se non fosse stato commesso il reato[87].

Comunemente denominato “danno morale”, il danno non patrimoniale (ex art. 2059 c.c.) consiste nelle sofferenze psichiche e fisiche patite a causa del reato.

E’ un danno difficilmente quantificabile “per equivalente” poiché il ripristino della situazione anteriore al reato non è realizzabile. Il suo calcolo viene effettuato attraverso una modalità di tipo “satisfattivo”[88]: il giudice in via equitativa determina una cifra di denaro che possa dare una soddisfazione tale alleviare e compensare (ove possibile) le sofferenze patite.

Secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art 2059 c.c., il danno non patrimoniale è risarcibile in due ordine di casi: in primo luogo, quando la risarcibilità è prevista in modo espresso dalla legge, in secondo luogo, quando, pur in assenza di una previsione normativa, il danno non patrimoniale deriva dalla lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione[89]. Con una sentenza delle Sezioni unite[90], la Suprema Corte non solo ha superato l’orientamento che concepiva il danno non patrimoniale come composto dalle sottocategorie del danno morale soggettivo, biologico ed esistenziale ma ha anche, riesaminato i presupposti e il contenuto della nozione di danno non patrimoniale contenuta nell’art. 2059 c.c.[91].

Ma non è l’unica. Viene ribadito questo principio anche il un’altra pronuncia della Cassazione civile che torna ad esaminare uno degli aspetti più controversi in materia di unitarietà del danno non patrimoniale[92].

Più recentemente ancora, la Cassazione è tornata sul punto. “Costituisce danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art.2059 c.c., integrando una sofferenza di particolare gravità e idonea a compromettere lo svolgimento della relazione affettiva, il danno psichico subito in via riflessa dagli stretti congiunti di una paziente che abbia sviluppato uno stato depressivo a causa di un’erronea diagnosi di malattia mortale con breve aspettativa di vita, con conseguente intervento chirurgico superfluamente distruttivo”[93].

Una tipologia di danno non patrimoniale di particolare importanza è costituita dal danno biologico, consistente nella menomazione della integrità fisico-psichica del soggetto, che viene leso nel “diritto alla salute” costituzionalmente garantito. Questo viene valutato in proporzione all’invalidità provocata, facendo fede a tabelle che tengono conto sia del tipo di invalidità, sia dell’età della persona offesa. Poiché il danno biologico ha natura non patrimoniale, ed il danno non patrimoniale ha natura unitaria, è corretto l’operato del giudice di merito che liquidi il risarcimento del danno biologico in una somma omnicomprensiva, posto che le varie voci di danno non patrimoniale elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza (danno estetico, danno esistenziale, danno alla vita di relazione, ecc.) non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili[94].

Il soggetto che ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale che sia, è definito “danneggiato dal reato”. Questi ha il diritto ad ottenere che il responsabile sia condannato a risarcire il danno, azione esperibile davanti al giudice civile in un autonomo procedimento, oppure davanti al giudice penale costituendosi parte civile, ma soltanto dopo che il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale. Il danneggiato dal reato è la persona che ha subito il danno derivante dal reato, ma non sempre è anche il titolare dell’interesse giuridico tutelato dalla norma che disciplina quel reato.

Dalle considerazioni fin qui svolte possiamo desumere un’importante principio. L’ essere persona offesa dal reato comporta la qualifica di “soggetto” del procedimento; pertanto al danneggiato che non cumuli in sé anche la qualifica di persona offesa dal reato in quanto tale non spettano i diritti e le facoltà della persona offesa[95].

3. Regole per l’esercizio dell’azione civile nel processo penale

La libertà di prediligere il processo penale quale sede giurisdizionale per la tutela degli interessi civili lesi dal reato non costituisce una novità dell’attuale codice, essendo già prevista nelle codificazioni preunitarie, che ne avevano mutuato la previsione dalle legislazioni napoleoniche[96]. L’istituto, che fu mantenuto anche nei successivi codici, ha subito da allora rilevanti trasformazioni, tanto da risultare oggi profondamente diverso in molti dei suoi aspetti essenziali. Il codice Rocco, era fondamentalmente basato sui principi di unità della giurisdizione e della prevalenza del giudicato penale sull’azione e sul giudicato civile[97].

Con l’entrata in vigore del codice del 1930, nell’intento di rafforzare il monopolio del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale, si depurò l’istituto della parte civile di ogni incrostazione pubblicistica, relegandolo, per ciò che concerne i suoi poteri di impulso processuale, nella posizione di chi persegue nel processo penale un interesse esclusivamente civilistico[98].

Il codice del 1930 riconosceva la pregiudizialità del processo penale su quello civile di danno, con l’intento di favorire, se non di imporre, l’inserimento dell’azione civile nel processo penale[99].

Il codice vigente, oltre ad aver coerentemente adottato il principio dell’autonomia del processo penale rispetto ad ogni altro giudizio, per offrire al giudice penale la possibilità di conoscere e risolvere incidentalmente le questioni civili ed amministrative da cui dipende la decisione sull’esistenza del reato, ha pressoché abbandonato i principi di unità di giurisdizione e di prevalenza del processo penale e, attraverso la sintomatica eliminazione della pregiudizialità del processo penale su quello civile[100], ha restituito al danneggiato la libera scelta della giurisdizione davanti alla quale avanzare le proprie pretese patrimoniali e non patrimoniali, non celando lo sfavore per l’inserimento dell’azione civile nel processo penale[101].

Anche alla luce dell’attuale codice, possiamo notare come l’azione civile nel processo penale assuma i connotati di una fase meramente eventuale, così come lo è la partecipazione del soggetto che la esercita.

L’esercizio dell’azione civile[102] nel processo penale è fondato su due regole non espresse, ma che si ricavano dalla normativa del codice. In primo luogo l’azione civile resta “ospite” nel processo penale, e ciò comporta che l’azione civile mantenga la sua natura e le sue caratteristiche civilistiche. È un’azione facoltativa e disponibile, nel senso che il danneggiato in ogni momento del processo penale può revocare la sua costituzione a parte civile. In secondo luogo l’azione civile subisce la regolamentazione del processo penale[103]. I poteri ed il comportamento processuale della parte civile sono disciplinati dal codice di procedura penale.

La costituzione di parte civile si risolve in un atto scritto nel quale il danneggiato è tenuto, a pena di inammissibilità a determinare la domanda nonché le ragioni della stessa. Vi sono due termini[104] per costituirsi parte civile: il primo ha inizio con l’udienza preliminare, dopo che il giudice abbia accertato la regolare costituzione della parti; il secondo è il momento in cui il giudice accerta la regolare costituzione della parti, prima dell’inizio del dibattimento[105]. Scaduto questo termine la dichiarazione è inammissibile[106]. La dichiarazione di costituzione di parte civile può essere presentata nell’udienza, preliminare o dibattimentale, ovvero prima o dopo di essa, purché in tali casi, sia rispettato il termine iniziale, coincidente con l’esercizio dell’azione penale e quello finale fissato nell’art 79 c.1 c.p.p.[107].

E’ pertanto questa la sede in cui la persona offesa deve necessariamente prendere posizione in ordine sia al titolo del danno effettivamente subito, sia agli elementi di prova dei quali chiedere ingresso nel processo penale[108]. “Non deve essere sottovalutata la necessità di chiedere l’ammissione dei mezzi di prova necessari per la dimostrazione del danno non patrimoniale, soprattutto alla luce del dettato delle Sezioni Unite, dal momento che l’art.187, comma 3, c.p.p. prevede espressamente, quale oggetto dell’istruzione, i fatti inerenti alla responsabilità civile derivante dal reato”[109].

La costituzione di parte civile rimane vincolata solo al procedimento per cui essa è stata avanzata, non potendosi estendere ai procedimenti riuniti a quello originario[110].

La dichiarazione deve essere sottoscritta dal difensore della parte civile, perché il danneggiato sta in giudizio non personalmente ma mediante il difensore munito di procura speciale, conferita con atto pubblico o scrittura privata autenticata[111]. La dichiarazione è paragonabile alla funzione dell’atto di citazione in un processo civile e a pena di inammissibilità deve contenere i seguenti elementi:

  1. a) le generalità della persona fisica o la denominazione dell’associazione o dell’ente che si costituisce parte civile e le generalità del suo legale rappresentante;
  2. b) le generalità dell’imputato nei cui confronti viene esercitata l’azione civile o le altre indicazioni personali che valgono ad identificarlo;
  3. c) il nome e il cognome del difensore e la indicazione della procura a questi rilasciata;
  4. d) l’esposizione delle ragioni che giustificano la domanda;

È proprio quest’ultimo requisito quello che permette al giudice di pronunciare la condanna dell’imputato al risarcimento del danno.

Le ragioni infatti, consistono nei motivi per i quali sia asserisce che il reato ha provocato un danno patrimoniale o non patrimoniale[112]. I motivi invece, permettono al giudice di valutare se il richiedente ha i requisiti per costituirsi parte civile;

  1. e) la sottoscrizione del difensore.

La procura speciale al difensore[113] deve essere apposta in calce o a margine della dichiarazione di parte civile ed il difensore deve certificare l’autografia della sottoscrizione del danneggiato. Nell’eventualità che la procura venga conferita con atto separato questo, deve essere depositato nella cancelleria del giudice o presentato in udienza unitamente alla dichiarazione di costituzione.

Il danneggiato del reato, assume la qualità di parte nel processo penale sin dal momento della sua costituzione, senza necessità di un provvedimento ammissivo del giudice, tanto quando si costituisca in seno all’udienza preliminare o dibattimentale, tanto quando eserciti tale diritto anteriormente ad essa, attraverso la notifica dell’atto alle parti e il suo successivo deposito in cancelleria[114].

La costituzione di parte civile interrompe fino al passaggio in giudicato della sentenza, la prescrizione, che quindi inizia a decorrere dal momento in cui diviene irrevocabile la sentenza che definisce il giudizio[115].

Se non esistono i presupposti sostanziali o i requisiti formali per la costituzione di parte civile, i giudice, con ordinanza, ne dispone l’esclusione su richiesta motivata del pubblico ministero, dell’imputato o del responsabile civile ovvero d’ufficio[116].

L’esclusione non è l’unica circostanza in cui la parte civile viene meno. Ciò può avvenire anche con le revoca[117], espressa o tacita. È espressa la revoca manifestata attraverso una dichiarazione resa in udienza dalla parte civile, personalmente o a mezzo di un suo procuratore speciale, o con atto scritto depositato in cancelleria e notificato alle altre parti. Siamo in presenza di una revoca tacita[118] invece quando la parte non presenta le proprie conclusioni scritte durante il dibattimento nel momento della discussione finale o qualora ove essa promuova l’azione civile davanti al giudice civile.

[1] Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, in Cassazione penale, 2010, pag. 4051.

[2] Micoli, La tutela penale della vittima minore, Milano, 2010, pag. 15.

[3] Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag.4051 – 4052.

[4] In tal senso, la Scuola Positiva, dopo aver aperto il cuore a nuove fedi e a nuove speranze, sperava di non dover vedere disattese le proprie aspettative.

[5] “Un ostracismo nei confronti di chi ha patito gli effetti lesivi del reato normalmente addebitato allo scippo di competenza operato dallo stato ai danni della vittima, privandola del diritto ad una piena partecipazione al processo” .Tranchina cita Christie, in Cassazione Penale, 2010, pag. 4054.

[6]Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag.4051 – 4052.

[7] Bouchard vuole un riconoscimento della vittima che si realizzi attraverso un mutamento del processo in cui possa essere considerata come soggetto titolare di diritti. “ I bisogni delle vittime ci parlano della solitudine, della fatica nel rientro alla quotidianità, a volte degli ostacoli ad un reinserimento sociale fondamentale per chi è stato vittima del reato non meno per chi ne è stato l’autore. Da questo punto di vista non è forse esagerato dire che il torto che ha subito la vittima non rappresenta un circoscritto episodio individuale, ma si proietta in un’esperienza collettiva che riguarda l’intera societas. Ed è per questo che un riconoscimento giuridico, anzi processuale, libera la vittima dalla sua condizione di inferiorità e sottomissione e la colloca in una posizione di parità con l’aggressore”. Bouchard, Le vittime del reato nel processo penale, in Cassazione Penale, 2010, pag. 4052 – 4053.

[8]Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag. 4052

[9] Sotto il capo IV, titolo IV, del libro I.

[10] Giarda, La persona offesa dal reato nel processo penale, Milano, 1971, pag.6.

[11] Antolisei, L’offesa e il danno nel reato, Milano, 1930, pag. 104.

[12] Cfr. Giarda, La persona offesa dal reato nel processo penale, cit. pag. 6.

[13]Un intervento tendenzialmente proiettato verso l’accertamento della verità nel pubblico interesse e non certo verso la tutela dei diritti individuali dell’offeso. Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag. 4054.

[14] Massa, La tutela degli interessi privati nel progetto preliminare del nuovo codice di procedura penale, in Giustizia Penale, 1979, pag.1. Sottolinea come con la l.5 dicembre 1969 n.932, in Gazzetta Ufficiale n. 317, del 17.17,1969, la persona offesa dal reato “comincia ad avere un proprio riconoscimento processuale con la comunicazione dell’avviso di procedimento con invito ad esercitare la facoltà di nominare un difensore”, nonostante che detto avviso avesse una “finalità completamente diversa da quello che veniva effettuato all’imputato, mirando a metterla in condizione di assumere nel processo la veste di parte”.

[15] Legge 18 Giugno 1955, n. 517, Modificazioni al codice di procedura penale, in Gazzetta Ufficiale, S.O., n. 148 del 30.06.1955.

[16] Occorre fare una precisazione: in ogni caso, all’offeso, pur essendo consentita la presenza durante lo svolgimento di queste attività istruttorie, rimaneva sempre escluso “da un potere di intervento concreto nella dialettica processuale”. In tal senso Cfr. Giarda, La persona offesa dal reato nel processo penale, in Cassazione penale, 2010, pag. 4054.

[17]Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag. 4054.

[18] L. 15 Dicembre 1972 n.773, in Gazzetta Ufficiale n. 326 del 18 Dicembre 1972. Si pensi inoltre alla pronuncia della Corte costituzionale del 20 dicembre 1968, n.132, in Giurisdizione costituzionale, 1968, pag. 2223, la cui portata è per certi versi disconosciuta dalla giurisprudenza, ma che, comunque, ha eliminato lo sbarramento dell’art.422 alla deducibilità della nullità per omessa citazione della persona offesa.

[19] Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag. 4055.

[20] Cendon riporta le parole di Piero Calamandrei in, Le prove penali, Milano, 2011, pag. 96.

[21] Si può definire “parte” colui che ha chiesto al giudice una decisione in relazione all’imputazione e colui contro il quale tale decisione è stata chiesta. Tonini, Manuale di procedura penale, Milano, 2012, pag. 68. Si veda anche G. Leone, Trattato di diritto processuale penale, I, Napoli, 1961, pag. 248. Secondo l’autore: “Parte è colui che tende ad una decisione giudiziale di fonte ad un altro soggetto, ed è colui di fronte a cui tale decisione viene chiesta”.

[22] Ghiara, sub art.90, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coord. da M. Chiavario , II, 1989, pag.401.

[23] Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag. 4055.

[24] Bellavista, Lezioni di diritto processuale penale, Milano, 1979, pag.181.

[25] Cfr. Ghiara, sub art.90, cit. pag.403.

[26] Cordero, Procedura penale, IX ed., Milano, 2012, pag. 276.

[27]Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag. 4055.

[28] Legge 23 Agosto 1988, n.400, Disciplina dell’attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri, pubblicata in Gazzetta Ufficiale, S.O, n.214 del 12 settembre 1988. n.86.

[29] Cfr. Tranchina, La vittima del reato nel processo penale, cit. pag. 4056.

[30] Indirizzata ad estendere al tribunale monocratico la citazione diretta da parte della persona offesa, presentata il 6 Aprile 2005 e ripresentata l’8 Maggio 2008.

[31] Giarda, sub art.90, cit. pag. 975.

[32] Correra-Riponti, Rilevanza della vittima nella genesi e nella dinamica dei fenomeni criminosi, in La vittima nel sistema italiano della giustizia penale: un approccio criminologico, Padova, 1990, pag. 6.

[33] Pittaro, La vittima nel quadro della criminologia, in Gullotta-Vagaggini, Dalla parte della vittima, Milano, 1980, pag. 41.

[34] Von Henting, Das Verbrechen, Gottingen-Heildeberg, II, 1962, pag. 488. A riportare il pensiero dell’autore è Manozzi, La giustizia senza spada .Uno studio comprato di giustizia riparativa e mediazione penale, Milano 2004, pag. 48.

[35] Fattah, Criminology: Past, Present and Future, London-New York, 1997, 148 ss.; Riporta il pensiero dell’autore Forti, in L’immane concretezza: metamorfosi del crimine e del controllo penale, Milano, 2000, pag. 260.

[36] Viano, Vittimologia oggi: i principali temi di ricerca e di politica pubblica, in Balloni-Viano, IV, Convegno Mondiale di Vittimologia, Atti della giornata bolognese, Bologna, 1989, pag.126.

[37] Lo stereotipo del crimine dà per scontato che il rapporto tra il criminale e la vittima del reato sia tale per cui quest’ultima ignora l’esistenza e le intenzioni del primo mentre, in realtà, in molti casi la vittima ha un ruolo importante nel c.d. acting out. Vedi, Chapman, Lo stereotipo del criminale, Torino, 1971, pag. 167.

[38] Gulotta, Compendio di psicologia giuridico-forense, criminale e investigativa, Milano, 2011, pag. 53.

[39] Balloni, Vittime, crimine e difesa sociale, Bologna, 1989, pag. 1.

[40] Cfr. Giarda, sub art.90, cit. pag. 975.

[41] Gualtieri, sub art.90, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coord. Da M. Chiavario, II, 1989, pag. 976.

[42] Cfr. Correra –Riponti, Rilevanza della vittima nella genesi e nella dinamica dei fenomeni criminosi, cit. pag. 6.

[43] Gullotta-Vagaggini, Dalla parte della vittima, Milano, 1980, pag. 322.

[44] Nel senso di titolare dell’interesse penalmente protetto. Nel codice del 1930 i termini “persona offesa dal reato” e “civilmente danneggiato” venivano usati indifferentemente tanto in dottrina quanto in giurisprudenza, poiché di norma le due qualifiche coesistevano in capo allo stesso soggetto. Tuttavia, le due espressioni corrispondono a concetti giuridicamente ben distinti: persona offesa dal reato è il titolare del bene leso o messo in pericolo dall’azione criminosa; danneggiato civilmente è colui che ha subito un danno risarcibile.

[45] Cioè del soggetto che in conseguenza del fatto di reato abbia subito un danno patrimoniale o non patrimoniale, ovvero possa far valere un’azione di restituzione.

[46] Cfr. Giarda, La persona offesa dal reato nel processo penale, cit. pag. 25.

[47] In altri termini, colui che aveva diritto ad una riparazione pecuniaria. Il solo mezzo di risarcimento del danno morale, prima che il codice del 1930 accogliesse il risarcimento del danno non patrimoniale. La vera innovazione fu costituita dall’art. 185 del Codice penale Rocco del 1930, con il quale l’ordinamento pacificamente conferì rilevanza giuridica ai pregiudizi morali derivanti da un fatto costituente reato e accordò a chi li avesse subiti un’azione per ottenere una qualche forma di riparazione. La predetta norma, prevedendo al secondo comma che “Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che a norma delle leggi civili debbono rispondere per il fatto di lui”, ben può dirsi che rappresenta l’estrema espressione del progressivo dilatarsi nel nostro ordinamento della tutela degli interessi non patrimoniali. In base a tale norma, infatti, ogniqualvolta un danno non patrimoniale è prodotto da un fatto che costituisce reato, indipendentemente dalla determinazione di specifiche fattispecie delittuose, ogni qualvolta cioè coll’interesse privato non patrimoniale, ed insieme è leso, un interesse pubblico penalmente tutelato, vi è obbligazione di risarcimento dello stesso danno non patrimoniale.

[48] Circa la contrapposizione tra offeso e danneggiato, come species di un unico genus, si veda quanto disponeva l’art. 7 comma 2° c.p.p. 1913. “ I delitti contro la persona e quelli che offendono la libertà individuale, l’onore della persona o della famiglia, l’inviolabilità del domicilio o dei segreti, anche se non abbiano cagionato danno, possono produrre azione civile per riparazione pecuniaria ”. In tal senso Amodio, Garanzie patrimoniali penali, in Enciclopedia del diritto, vol. XVIII, 1968, pag.511 ; Sabatini, Principi di scienza del diritto penale, Catania, 1930, pag. 391.

[49] Cfr. Giarda, La persona offesa dal reato nel processo penale, cit. pag.26.

[50] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag.157.

[51] La ratio emerge in modo lampante nella Relazione al progetto preliminare del codice di procedura penale, in Gazz. Uff., S.O., 24 ottobre 1988, n. 250, n. 2, pag. 72.

[52] Evidentemente il legislatore pensa che l’impedire al danneggiato di costituirsi parte civile durante le indagini preliminari induca tale persona ad esercitare l’azione civile nel processo civile.

Sul punto è intervenuta la Corte Costituzionale, 19.03.2001, n.75, in www.giurcost.org , e ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 83 c.p.p. nella parte in cui non prevede la possibilità per l’imputato, nel caso di costituzione di parte civile, di chiamare, o chiedere l’autorizzazione a chiamare nel processo, quale responsabile civile, l’esercente aeromobile dell’art. 878 del codice della navigazione. Il Giudice delle leggi ha affermato che se si estendesse in novero dei responsabili civili nel processo penale si presupporrebbe l’esistenza di una obbligatoria “omologazione” tra processo civile e processo pesale che, al contrario, il sistema ha mostrato di ripudiare.

[53] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag.157.

[54] La scelta del legislatore potrebbe, in ipotesi, essere accettabile se il reato fosse espressone di un fatto occasionale, compiuto da un soggetto non pericoloso, come può avvenire ad esempio, nell’ingiuria (art.594 c.p.);non è accettabile quando il reato è un fatto intenzionale compiuto da soggetti pericolosi o comunque legati alla criminalità organizzata. Di fatti in questi casi non si ha una situazione di tendenziale eguaglianza tra le parti, e cioè manca il presupposto che è richiesto perché il processo civile possa svolgersi con le sue regole comuni. Nei casi nei quali una parte è debole, già il processo civile è stato modificato in modo da poterla tutelare: si pensi al processo in materia del lavoro e a tutti quei procedimenti speciali nei quali è permesso al giudice di ricercare le prove anche fuori della iniziativa di parte.

[55] In riferimento alla dottrina del 1930.

[56] Carrara, Programma del corso di diritto criminale, Firenze, 1924, pag. 74.

[57] Carnelutti, Il danno e il reato, Padova, 1926, pag. 68.

[58] Rocco, L’oggetto del reato e della tutela giuridica penale, Torino, 1913, pag. 9.

[59] Aimonetto, Persona offesa dal reato, in Enciclopedia del diritto, vol.XXXII, 1983, pag. 319.

[60] In questi termini, Antolisei, Manuale di diritto penale, Milano, 1982, pag.154; Conso, Istituzioni di diritto processuale penale, Milano, 1969, pag.162;Manzini, Trattato di diritto penale italiano, Torino, 1981, pag.627; Visco, Il soggetto passivo del reato nel diritto sostantivo e processuale, Roma, 1933, pag. 29.

[61]Monducci, La persona offesa e il suo intervento nelle indagini, in Vittimologia e sicurezza, vol.III, n.1, Gennaio-Aprile 2009, pag.51.

[62] Grifantini, Il ruolo della vittima nel procedimento davanti alla corte penale internazionale, in Cassazione Penale, 2012, pag. 3183.

[63] Portigliatti, in Digesto discipline penalistiche, XV vol., 1999, pag. 319.

[64]Cfr. Manozzi, La giustizia senza spada. Uno studio comparato tra giustizia riparativa e mediazione penale,cit. pag. 307.

[65] Pavarini, Relazione al convegno : “La vittima del reato, questa sconosciuta”, Torino, 9 Giugno 2001.

[66] Cfr. Grifantini, Il ruolo della vittima nel procedimento davanti alla corte penale internazionale, cit. pag. 3183.

[67] Si usa il termine convenzionalmente ad indicare una persona che può, nell’ambito del processo, svolgere una qualche attività regolata da una norma di diritto processuale penale.

[68] Si tratta rispettivamente del d.d.l. C 1242, trasfuso nel n.199, on. Cirielli ed altri, Atti parl. Cam. 29 aprile 2008, nonché del d.d.l. n. 450, on. Casson e altri, Atti parl. Sen. 8 maggio 2008, corrispondente al d.d.l. n.1039, on. Vilecco Calipari ed altri, Atti parl. Cam. 14 Magio 2008.

[69] Kostoris, La tutela della persona offesa nel procedimento penale , in La vittima del reato, questa dimenticata, Atti del Convegno dell’Accademia dei Lincei, 2000, p.43.

[70] “Quando si procede per i reati di cui agli articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quinquies, 601, 602, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-octies e 612-bis del codice penale, l’esame del minore vittima del reato ovvero del maggiorenne infermo di mente vittima del reato viene effettuato, su richiesta sua o del suo difensore, mediante l’uso di un vetro specchio unitamente ad un impianto citofonico”. Comma aggiunto dall’art. 13, L. 3 agosto 1998, n. 269 e poi così modificato dall’art. 15, L. 11 agosto 2003, n. 228 e dalla lettera d) del comma 1 dell’art. 9, D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 23 aprile 2009, n. 38. La Corte costituzionale, con sentenza 13-29 gennaio 2005, n. 63 (Gazzetta Ufficiale, 02.02. 2005, n. 5 – Prima Serie speciale), ha dichiarato, tra l’altro, l’illegittimità del presente comma, nella parte in cui non prevede che l’esame del maggiorenne infermo di mente vittima del reato sia effettuato, su richiesta sua o del suo difensore, mediante l’uso di un vetro specchio unitamente ad un impianto citofonico.

[71] Cfr. Grifantini, Il ruolo della vittima nel procedimento davanti alla corte penale internazionale, cit. pag. 3184.

[72] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag.148; Foschini, Le conclusioni della parte civile, in Il dibattimento, Milano, 1956, pag. 208; Carnellutti, Lezioni sul processo penale, Roma, 1946, pag.141; Leone, Trattato di diritto processuale penale, Napoli, 1961, pag. 141; Antolisei, L’offesa e il danno nel reato, Bergamo, 1930, pag.104.

[73] Ciò è avvenuto negli artt. 282-quarter, c.1. ( Nel caso specifico:1. I provvedimenti di cui agli articoli 282-bis e 282-ter sono comunicati all’ autorità di pubblica sicurezza competente, ai fini dell’eventuale adozione dei provvedimenti in materia di armi e munizioni. Essi sono altresì comunicati alla parte offesa e ai servizi socio-assistenziali del territorio), e 472, co.3-bis.( “Il dibattimento relativo ai delitti previsti dagli articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-bis, 609-ter e 609-octies del codice penale si svolge a porte aperte; tuttavia, la persona offesa può chiedere che si proceda a porte chiuse anche solo per una parte di esso. Si procede sempre a porte chiuse quando la parte offesa è minorenne. In tali procedimenti non sono ammesse domande sulla vita privata o sulla sessualità della persona offesa se non sono necessarie alla ricostruzione del fatto.”) c.p.p..

[74] La distinzione è stata accolta anche dalla dottrina dominante: Bellavista, Azione civile nel processo penale, 1958, pag. 56; Dinacci, Vecchi e nuovi orientamenti sul fondamento giustificato dell’istituto della parte civile nel processo penale, in Foro italiano, 1970, pag. 52; Foschini, Sistema del diritto processuale penale, Milano, 1965, pag.113; Mantovani, Diritto penale, Padova, 1979, pag. 210; Cfr. Carnelutti, Il danno e il reato, cit. pag. 80.

[75] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag.148.

[76] Cfr. Tranchina, sub. art.90, cit. pag. 990.

[77] Cfr. Amodio, sub. art. 90, cit. pag. 990.

[78] Cfr. Giarda , sub. art. 90,cit. pag., 990.

[79] Cass., I, 30.01.2003, Massa C. Min. Giust., n. 1405, in Giustizia civile Massimario, 2003, pag. 226.

[80] Cfr. Amodio, Sub.art. 90 c.p.p., cit. pag.993.

[81] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 148.

[82] Cfr. Giarda, La persona offesa dal reato nel processo penale, cit. pag. 193.

[83] Cfr. Amodio, Sub.art. 90 c.p.p, cit. pag. 994.

[84] Cfr. Giarda, Persona offesa dal reato nel processo penale, cit. pag. 401.

[85] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 157.

[86]Nel caso di specie: “In sede di quantificazione per equivalente del danno in ipotesi di omessa o ritardata assunzione, questo non si identica in astratto nella mancata erogazione della retribuzione e della contribuzione (elementi che comporterebbero una vera e propria restituto in integrum e che possono rilevare soltanto sotto il profilo della responsabilità contrattuale). Occorrendo invece, caso per caso, indicare e dimostrare l’entità dei pregiudizi di tipo patrimoniale e non patrimoniale che trovino causa nella condotta illecita del datore di lavoro ( nel caso di specie, è stata riconosciuta l’esistenza di un pregiudizio materiale per effetto del mancato arruolamento e si è tuttavia tenuto conto del fatto che il ricorrente, per il periodo di mancata assunzione, non ha dovuto impiegare le proprie energie nell’esclusivo interesse dell’Amministrazione, ma ha potuto rivolgerle alla cura di ogni altro interesse, sia sul piano lavorativo che del perfezionamento culturale e professionale, sicché il danno risarcibile è stato quantificato equitativamente e determinato in una somma parti al 50% delle retribuzioni che sarebbero state corrisposte nel periodo decorrente dalla data di assunzione dei vincitori del concorso fino al momento di effettiva nomina del ricorre, con esclusione di quanto a qualsiasi titolo percepito dell’interessati nel medesimo periodo per attività lavorative, con conseguente regolarizzazione della posizione contributiva e previdenziale). Cosi, T.A.R. Roma, Lazio, Sez. II, 1 luglio 2013, n. 6495.

[87] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 152.

[88] “Il danno morale, pur costituendo un pregiudizio non patrimoniale al pari del danno biologico, non è ricompreso in quest’ultimo e va liquidato a parte, con criterio equitativo che tenga conto di tutte le circostanze del caso concreto”. Cass. Civ., sez. III, 17.4.2013, n. 9231, in www.neldiritto.it; in senso conf., Cass., sez. fer., 11.9.2012, PG in proc. Bartolato e altri, in CED, n. 253836.

[89] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 152.

[90] Cass., Sez. Un., 11.11. 2008, C., in Guida diritto, 2008, pag. 16.

[91] La predetta decisione ha stabilito che il danno non patrimoniale costituisce una categoria ampia e onnicomprensiva, all’interno della quale non è possibile ritagliare ulteriori sottocategorie, se non in via puramente descrittiva. Pertanto non è ammissibile nel nostro ordinamento la liquidazione di una pluralità di voci di danno, cumulando, ad esempio il danno biologico con il danno esistenziale. Il concetto di danno esistenziale inteso come perdita del “fare a-reddituale” della persona, non può sussistere come danno ulteriore. Una simile perdita, ove causata da un illecito lesivo di un diritto della persona costituzionalmente garantito, costituisce un ordinario danno non patrimoniale, di per se risarcibile ex art. 2059 c.c., e che non può essere liquidato separatamente.

[92] Cass. Civ., sez. III, 16.05.2013, B. C. Osp. Maggiore Milano, n.11950, in www.altalex.com .Nel caso di specie la ricorrente contesta la decisione della Corte d’Appello nella parte in cui non prevede un riconoscimento del danno patrimoniale e del danno estetico atto ad aggravare il danno non patrimoniale nella sua componente di danno alla vita di relazione e danno esistenziale. Secondo la ricorrente la Corte avrebbe dovuto riconoscerle un corrispettivo per la perdita di stipendio per il part-time riduttivo del precedente reddito, cui era stata costretta a causa di una specifica responsabilità medica e per la prematura cessazione del rapporto di lavoro a causa della difficoltà a mantenere la posizione eretta ed a causa dei continui disturbi ai quali era soggetta durante le ore di lavoro. La Corte riportandosi ad una precedente decisione delle proprie Sezioni Unite(Sent. 11 Novembre 2008, n.26972) rigetta le richieste della ricorrente, sostenendo che bisogna escludere l’esistenza di una categoria autonoma di danno esistenziale. E’ ormai pacificamente sancito il principio dell’unitarietà del danno biologico e del danno da reato. Del resto, lo stesso pregiudizio di tipo estetico viene abitualmente risarcito all’interno del danno biologico, inclusivo di ogni pregiudizio da quello consistente nella diminuzione i nella perdita della capacità di produrre reddito, tra cui appunto il danno estetico e alla vita di relazione. Di conseguenza, poiché il danno biologico ha natura non patrimoniale e il danno non patrimoniale ha natura unitaria, è corretto l’operato del giudice di merito che liquidi il risarcimento del danno biologico in una somma omnicomprensiva, posto che le varie voci di danno non patrimoniale elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili.

[93] Cass. Civ., sez. III, 4 giugno 2013, Reg. Campania C. Guerrera ed altro, in www.altalex.com .

[94] Cass. Civ., sez. III, 16 maggio 2013, B. C. Osp. Maggiore Milano, in www.altalex.com .

[95] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 153.

[96] Pennisi, voce Parte civile ,in Enciclopedia del Diritto, XXXI, Milano 1981, pag. 986.

[97] Leone, voce Azione civile nel processo penale, Enciclopedia del Diritto, IV, Milano 1959, pag.830.

[98] Se ciò è indubitabile, almeno nelle intenzioni del legislatore, non è altrettanto certo che la privatizzazione della parte civile abbia anche determinato un netto distacco dalla posizione di “persona offesa”, da quella di “danneggiato”: concetto, quest’ultimo, molto più esteso del primo, perché comprendente anche quei soggetti che hanno subito un danno non collegato alla lesione degli interessi tutelati dalla norma penale. Sul tema della partecipazione della parte civile al processo penale alla luce del codice del 1930, Gualtieri, La parte civile nel processo penale, Napoli, 1968, pag. 22.

[99] Giarda, voce Azione civile da reato, processo militare e processo minorile, 1998, pag. 841.

[100] Olivero, I titolari di interessi extrapenali, in Chiavario Protagonisti, 1999, Milano, pag. 218.

[101] Ghiara, Sub artt. 74 c.p.p., in Commento al nuovo c.p.p., coord. da Chiavario, I, pag. 361.

[102]“La costituzione di parte civile rimane vincolata al solo procedimento per cui essa è stata avanzata, non potendosi estendere ai procedimenti eventualmente riuniti a quello originario”. Cass., sez. VI, P.S., 3.06.2013, in www.altalex.com .

[103] La dottrina afferma che l’azione civile è accessoria a quella penale, dal c.d. principio di accessorietà discendono determinate conseguenze. In primo luogo, l’esercizio dell’azione civile davanti al giudice penale è possibile soltanto nel caso in cui quest’ultimo sia investito anche dell’azione panel. Pertanto, il risarcimento del danno non può essere ottenuto nel casi di sentenza di non doversi procedere perché l’azione penale non avrebbe dovuto essere iniziata o proseguita. In secondo luogo, dato che il danno di cui può richiedersi il risarcimento nel processo penale è soltanto quello derivante dal reato, in caso di sentenza di assoluzione il giudice penale non può decidere sulla richiesta della parte civile. Sul tema, Pennisi, L’accessorietà dell’azione civile nel processo penale, Milano, 1981, pag. 90. “L’azione civile esercitata nel processo soggiace alle regole proprie della prescrizione penale, di guisa che ad essa sono applicabili anche gli istituti della sospensione e della interruzione di cui agli artt. 159 e 160 c. p., con la conseguenza che fruisce non solo del termine di prescrizione quinquennale (o superiore se per il reato è previsto un termine più lungo), ma anche del prolungamento dei termini conseguenti ad eventi interruttivi e sospensivi della prescrizione penale”. Cosi, Cass., sez. IV, 12.07.2011, Fantozzi, in CED, n. 251432.

[104] “L’azione civile nel processo penale deve essere esercitata nei termini di prescrizione previsti dalla legge civile, diversamente venendo meno, pur in pendenza di giudizio penale, il diritto alla tutela giurisdizionale”, Cass., sez. V, 02.02.2011, Danieli e altri, in CED, n. 251701.

[105] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 155.

[106] “E’ legittima la costituzione di parte civile avvenuta in sede di udienza di rinvio – disposto dal giudice per sanare l’irritualità della notifica all’imputato – prima del compimento delle formalità di apertura del dibattimento.” Trib. Teramo, 13.05.2013, D. E., in Cassazione Penale, 2012.

[107] Cfr. Ghiara, sub. art. 74, cit. pag. 361.

[108] Cfr. Monducci, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, cit. pag.37.

[109] Cfr. Monducci, Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, cit. pag. 38.

[110] In tal senso si è espressa, Cass., sez.VI, 03.08.2013, P.S., in www.altalex.com .

[111] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 154.

[112] Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 155.

[113] “In base al disposto di cui all’art. 76 c.p.p., la persona può costituirsi parte civile personalmente e con l’assistenza di un difensore nominato ex art. 100 ovvero a mezzo di procuratore speciale ai sensi dell’art. 122 c.p.p., nel rispetto delle formalità di cui all’art. 78 c.p.p.” Cass.,sez. VI, 20.12.2012, G., in Cassazione penale, 2012, pag. 1049.

[114] Cass., sez. III, 6.2.2008, Di Bernardino, in Cassazione penale, 2009, in CED n. 239336.

[115] Cass., Sez. Un., 5.04.2013, in Diritto e Giustizia, 2013.


[116]
Cfr. Tonini, Manuale di procedura penale, cit. pag. 156.

[117] Nel caso in cui l’azione venga promossa dinanzi al giudice civile, la revoca della costituzione di parte civile è configurabile solo ove sussista coincidenza fra le due domande, e sia finalizzata ad escludere le duplicazioni dei giudizi. Cfr., Cass., sez. IV, 6.11.2012, Mori, in CED., n. 254172.

[118] La revoca tacita della costituzione di parte civile non è configurabile allorché quest’ultima, associandosi, in sede di conclusioni, al p.m., richiami espressamente la nota spese già allegata all’atto di costituzione nel quale si sia chiesto il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali derivanti dai fatti di cui alle imputazioni. In tal senso, Cass. IV, 31.5.2012, R.C. e Cozza, in CED., n. 252967.