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Categoria Diritto Commerciale

LA GENESI DELLE STARTUP INNOVATIVE A VOCAZIONE SOCIALE E DEGLI INCUBATORI CERTIFICATI.

LA GENESI DELLE STARTUP INNOVATIVE A VOCAZIONE SOCIALE E DEGLI INCUBATORI CERTIFICATI.

di Giuseppe Spadone

 

SOMMARIO: I. Premesse – II. Le Startup innovative e criteri d’individuazione. – III. Le startup innovative a vocazione sociale. IV. Iscrizione nella sezione speciale delle Camere di Commercio per le startup innovative e a vocazioni sociale. V. Gli incubatori certificati di startup innovative. VI. Conclusioni

1. Premesse

La parola cardine dalla quale nasce la presente ricerca è innovazione. Quest’ultima, più che come una realtà, nasce come un’esigenza, e trova le sue radici nel contesto storico-economico dell’Italia di questi anni.

La spinta propulsiva perché si iniziasse a intravedere nell’innovazione la possibilità di uno sviluppo ancora inesplorato è ravvisabile, infatti, proprio nella contingenza storica contemporanea. Dall’inizio della crisi[1] ad oggi, il PIL dell’ Italia è crollato, facendo segnare un complessivo -8,8%[2], pari a una perdita di oltre 150 miliardi di euro.

Il Prodotto interno lordo italiano, ovvero la ricchezza complessiva del Paese, alla fine del 2012 ammontava a circa 2.013,263 miliardi di dollari USA[3]; nel primo trimestre del 2013, il PIL Italia ha fatto registrare una contrazione dello 0,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, confermandosi nel secondo trimestre del 2013 con un ulteriore calo dello -0,2%. Comparando il secondo trimestre del 2013 con gli stessi mesi dell’anno precedente, il calo registrato era addirittura del -2,0%[4].

Nel 2104 l’economia italiana ha smesso di affondare, ma la risalita risulta lenta e ostacolata dal peso del debito pubblico (di famiglie, imprese, banche o settore pubblico) e dalla necessità di ricapitalizzazione del sistema bancario.

Solo in questo anno si prevede un aumento del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari allo 0,7% in termini reali, cui seguirà una crescita dell’1,2% nel 2016 e dell’1,3% nel 2017.

Già nel 2012, l’Italia aveva scelto di muoversi e di competere nel nuovo scenario che la crisi globale aveva aperto, cercando di diventare un Paese più ospitale per le nuove imprese innovative quelle che comunemente oggi chiamiamo: startup.

Grazie alla scienza e alle tecnologie più recenti, infatti, è possibile intercettare e soddisfare nuovi bisogni, che possono dare vita ad imprese che generano sviluppo e ricchezza. Negli Stati Uniti, come in altri paesi del mondo, questo processo è stato avviato già quasi dieci anni fa.

In Italia, nell’epoca industriale, le imprese si formavano aggiungendo il lavoro al capitale; crescevano in modo lineare, sfruttando le economie di scala, mentre l’unico carattere di innovatività consisteva nel pianificare sempre meglio le modalità di produzione.

Nell’epoca contingente ciò non si verifica più. La crisi ha stroncato migliaia di vecchie imprese, “sostituite” da nuove attività economiche dotate, il più delle volte e cumulativamente, di un’idea, di un team di fondatori e di un alto tasso d’innovazione.

Tali imprese cercano capitali, mentori e collaboratori per sviluppare l’idea innovativa posta alla base dell’attività imprenditoriale, per portarla allo stadio di prototipo e sperimentarlo, ed infine per poter arrivare a vendere un prodotto o un servizio, appunto, innovativo.

Queste piccole, nuove aziende innovative si trasformano in imprese capaci di “stare sul mercato”, oppure si vendono a grandi aziende che le acquisiscono per innovare loro stesse. In ogni caso, generano esperienza, cultura imprenditoriale, e conoscenza, creando nuova occupazione ed esplorando nuove possibilità imprenditoriali.

Questa nuova cultura imprenditoriale, con tutte le problematiche da essa derivanti, non poteva certo lasciare indifferente il legislatore, che ancora una volta è stato chiamato a dettare le linee guida necessarie per disciplinare il fenomeno.

L’intervento normativo con cui il Legislatore ha regolato la materia di cui si discute è il Decreto Legge n. 179 del 18 Ottobre 2012, recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese“, pubblicato all’interno del supplemento ordinario n. 194/L alla Gazzetta Ufficiale del 19 Ottobre 2012, n. 245; tale decreto legge, che, in forza del suo contenuto, è più noto come Decreto crescita 2.0, è stato convertito con legge del 17 dicembre 2012, n. 221. Questo promuove lo sviluppo dell’economia e della cultura digitali, nonché la ricerca e l’innovazione tecnologiche, quali fattori essenziali di progresso e opportunità di arricchimento economico, culturale e civile.

Con tale disposizione normativa, in buona sostanza, l’innovazione diviene il perno di una crescita sostenibile che mira al rafforzamento della competitività delle imprese.

Il Legislatore ha posto tra i capisaldi del predetto decreto temi riguardanti le infrastrutture, i servizi digitali, i nuovi strumenti fiscali per agevolare la realizzazione di opere infrastrutturali con capitali privati, l’attrazione degli investimenti esteri in Italia e gli interventi di liberalizzazione in particolare in campo assicurativo.

Ad ogni modo, per ciò di cui qui si tratta, quella che più rileva è sicuramente la disciplina contenuta nella sezione IX del Decreto (artt. 25-32), la quale riguarda le misure specifiche per favorire la nascita e lo sviluppo delle startup cosiddette innovative, che per la prima volta vengono riconosciute dalla legislazione italiana.

Le nuove norme relative alle startup trovano il loro fondamento nel contenuto del Rapporto Restart, Italia!; quest’ultimo è stato elaborato da una task force sulle startup nominata ad hoc ed istituita nell’aprile 2012 dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico dott. Corrado Passera.

La task force sulle startup era composta da dodici esperti provenienti dal mondo dell’impresa, del venture capital, dell’accademia, del giornalismo e della Pubblica Amministrazione, ed il suo coordinamento è stato affidato al consigliere del Ministro dott. Alessandro Fusacchia..

In seguito ad un processo di gestazione compiutosi in consultazione con diverse centinaia di cittadini e stakeholders[5] operativi nel settore, il Rapporto Restart, Italia! è stato reso pubblico il 13 settembre 2012.

2. Le Startup innovative e criteri d’individuazione

Come anticipato nella premessa, l’art.25 della legge del 17 dicembre 2012, n. 221, introduce una nuova figura d’impresa individuata con il nome di start up innovativa.

La disciplina di questo tipo di società nasce dall’intento dello Stato di contribuire allo sviluppo di una quella nuova cultura imprenditoriale di cui abbiamo parlato.

L’obiettivo è di creare un ecosistema maggiormente favorevole all’innovazione, che miri a promuovere una maggiore mobilità sociale e ad attrarre in Italia talenti e capitali dall’estero.

A norma dell’art. 73 del T.U.I.R, nella nozione di startup innovativa rientrano esclusivamente le società fiscalmente residenti in Italia le cui partecipazioni al capitale sociale non sono quotate in un mercato regolamentato o in un sistema multilaterale di negoziazione; possono essere costituite in società di capitali di diritto italiano ovvero da Societas Europaea[6] residenti in Italia ai sensi dell’articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.

Nella definizione di startup innovativa rientrano, pertanto, sia le Società a responsabilità limitata (compresa la nuova forma di s.r.l. semplificata o a capitale ridotto), sia le Società per Azioni che le Società in accomandita per azioni e le Società cooperative.

A seguito delle modifiche intervenute in sede di conversione del D.L. n 179/2012 – a sua volta modificato dal D.L. n. 76 del 28 giugno 2013 e convertito nella Legge n. 99 del 9 agosto 2013 -, per rientrare nella qualifica di startup innovativa devono essere rispettati contemporaneamente una serie di requisiti che vengono definiti cumulativi, oltre ad almeno uno degli ulteriori requisiti cosiddetti alternativi. I primo impongono che:

– la società deve essere già costituita e svolgere l’attività d’impresa da non più di quarantotto mesi (art. 25, comma 2, lett. b);

la sede principale degli affari e degli interessi della società deve essere in Italia (art. 25, comma 2, lett. c); a partire dal secondo anno di attività della startup innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non deve essere superiore a 5 milioni di euro (art. 25, comma 2, lett. d);

– le società costituite precedentemente rispetto all’entrata in vigore del decreto non devono aver distribuito utili, né possono distribuirli per i seguenti cinque anni; la stessa disposizione è valida anche per le Newco (art. 25, comma 2, lett. e); l’oggetto sociale deve consistere, esclusivamente o prevalentemente, nello sviluppo e nella commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico (art. 25, comma 2, lett. f); la startup non deve essere costituita da una fusione, scissione societaria o dalla cessione di azienda o di ramo di azienda (art. 25, comma 2, lett. g);

I requisisti alternativi previsti dall’art. 25,co. 2, lett. h del citato D.L. 179/2012 prevedono, invece, che:

1) le spese in ricerca e sviluppo devono essere uguali o superiori al 15 per cento [7]del maggiore valore fra costo e valore totale della produzione [8] della startup innovativa. Dal computo per le spese in ricerca e sviluppo sono escluse le spese per l’acquisto di beni immobili; le spese di cui tener conto devono risultare dall’ultimo bilancio approvato, e devono essere descritte in nota integrativa.[9] In assenza di bilancio nel primo anno di vita della società, il sostenimento delle predette spese è assunto tramite dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante della startup innovativa;

2) l’impiego come dipendenti o collaboratori a qualsiasi titolo, in percentuale uguale o superiore al terzo della forza lavoro complessiva, deve essere composto di personale in possesso di titolo di dottorato di ricerca o deve svolgere un dottorato di ricerca presso un’università italiana o straniera. In alternativa, il personale deve essere in possesso di laurea e o deve aver svolto svolto, per almeno tre anni, attività di ricerca certificata presso istituti di ricerca pubblici o privati, in Italia o all’estero;

3) la titolarità o la licenza di almeno una privativa industriale relativa a una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una nuova varietà vegetale direttamente afferenti all’oggetto sociale e all’attività d’impresa.

Tra le modifiche attuate all’originario art. 25, del D.L. n.179/2012 riguardanti i requisiti cumulativi, quella sostanzialmente più interessante, effettuata in sede di conversione, riguarda l’oggetto sociale.

Dapprima, infatti, era richiesto che l’oggetto sociale fosse costituito esclusivamente “dallo sviluppo, dalla produzione e dalla commercializzazione di prodotti e servizi innovativi” (art 25, comma 2, lett. f), chiudendo così a tutte quelle imprese che nello statuto sociale avessero previsto l’effettuazione di attività propedeutiche o accessorie alla mission aziendale o di un’attività diversa, del tutto residuale.

Sebbene questa apertura sia da valutare positivamente, sono sorte alcune perplessità rispetto all’effettiva individuazione dell’attività prevalente. La soluzione a questo problema potrebbe essere l’utilizzo dei parametri stabiliti dall’art. 149 del T.U.I.R, riguardanti gli enti non commerciali, quali la prevalenza delle immobilizzazioni, dei ricavi e dei costi relativi all’attività di ricerca e sviluppo rispetto all’attività complessivamente esercitata.

Il D.L. n.    76 del 28 giugno 2013, convertito nella Legge n. 99 del 9 agosto 2013, ha, invece, abrogato la norma di cui all’art. 25, comma 2, lettera a), contenuta nel D.L. n.179/2012; a seguito della cancellazione del primo dei requisiti cumulativi, infatti, non è più richiesto il possesso della maggioranza del capitale sociale della startup innovativa da parte di soci persone fisiche.

Con riferimento ai requisiti alternativi, la legge di conversione ha chiarito la nozione di “spese in ricerca e sviluppo”, stabilendo che con tale locuzione si devono intendere le spese definite tali dai principi contabili [10].

Non essendo specificato se si debba aver riguardo ai principi contabili nazionali o internazionali, si ritiene preferibile far ricorso al corpo di principi contabili utilizzato dalla società.

Pertanto, se l’impresa predispone il bilancio in base ai principi contabili internazionali, si servirà dello Ias 38[11], mentre se adotta i principi contabili nazionali farà riferimento al documento Oic 24[12].

Si evidenzia, tuttavia, che non sono ravvisabili significative e sostanziali differenze nella qualificazione delle spese di ricerca e sviluppo, fra i due impianti contabili (IAS 38 e OIC 24).

Nella nozione di “spese in ricerca e sviluppo” rientrano sicuramente le spese relative allo sviluppo precompetitivo e competitivo, quali sperimentazione, prototipazione e sviluppo del business plan, le spese relative ai servizi di incubazione forniti da incubatori certificati (*), i costi lordi di personale interno e consulenti esterni impiegati nelle attività di ricerca e sviluppo (inclusi soci ed amministratori) le spese legali per la registrazione e protezione di proprietà intellettuale e i termini e le licenze d’uso.

3. Le “startup innovative a vocazione sociale”

Le startup innovative a vocazione sociale (di seguito SIaVS) sono state introdotte nell’ordinamento italiano dall’articolo 25 comma 4 del D.L. 179/2012 convertito dalla Legge 221/2012. A pieno diritto esse condividono le caratteristiche e i requisiti delle imprese “startup innovative”: possono essere strutturate in forme molteplici di società di capitale (Srl, SpA, SApA, cooperative), devono avere la sede principale in Italia, non possono essere quotate in Borsa né distribuire dividendi, devono essere costituite e operative da non più di quattro anni, devono rispettare alcuni requisiti dimensionali e di sostanziali. Per essere riconosciute come imprese “a vocazione sociale” le startup devono inoltre essere attive esclusivamente in specifici settori indicati all’art. 2, comma 1, del D.L. 155/2006, ovvero l’assistenza sociale, l’assistenza sanitaria, l’educazione, l’istruzione e formazione, la tutela dell’ambiente, la valorizzazione del patrimonio culturale, il turismo sociale, la formazione extrascolastica, universitaria e post-universitaria, i servizi culturali. Con l’evidente obiettivo di promuovere l’innovazione, la crescita e lo sviluppo di nuove imprese anche in questi citati settori, tradizionalmente associati alle attività no-profit, il legislatore ha potenziato per le SIaVS gli incentivi già in essere per le altre startup innovative. Vi è infatti la consapevolezza che la sempre minore disponibilità di risorse pubbliche a sostegno del “welfare” renda necessario stimolare l’iniziativa privata in questi settori, seguendo il paradigma della “social enterprise”[13].

4. Iscrizione nella sezione speciale delle Camere di Commercio per le startup innovative e a vocazioni sociale.

Il consacramento definitivo per il riconoscimento della qualifica di startup innovativa e quelle a vocazione sociale avviene attraverso la presentazione di una dichiarazione, firmata dal legale rappresentante della società, in cui si attesti il possesso dei requisiti richiesti, oltre agli ulteriori elementi previsti dall’art.25, comma 12, e indirizzata al registro delle imprese, ai fini dell’iscrizione nella sezione speciale istituita presso la Camera di Commercio competente per territorio.

L’obbligo d’istituzione da parte delle Camere di Commercio di una sezione speciale è previsto dall’art.25, comma 8. Nella predetta sezione vanno iscritte sia le star up innovative che gli incubatori certificati. Scopo della sezione è permettere la condivisione, fermo restando il rispetto della normativa sulla privacy, delle informazioni relative alle startup e agli incubatori, informazioni disponibili per via telematica o su supporto informatico.

La domanda d’iscrizione deve essere inoltrata esclusivamente in formato elettronico e deve essere sottoscritta con firma digitale; deve contenere, inoltre, informazioni obbligatorie, da aggiornare e rendere pubbliche (secondo le medesime forme) con cadenza non superiore ai sei mesi.

Il successivo articolo 26, al comma 8, prevede l’esenzione dall’imposta di bollo e dai diritti di segreteria relativi all’iscrizione nel registro imprese, nonché dal pagamento del diritto annuale di iscrizione alla Cciaa. L’esenzione presuppone il mantenimento dei requisiti, e comunque è prevista per un massimo di un quadriennio a far data dall’anno di iscrizione.

Ai fini della verifica della sussistenza dei requisiti richiesti, infatti, l’art .25, comma 15, richiede che il legale rappresentante della società, entro 30 giorni dall’approvazione del bilancio, e comunque nel termine ultimo di 6 mesi dalla chiusura di ogni esercizio, provveda ad attestare, tramite dichiarazione da depositare presso il registro imprese, il mantenimento dei requisiti.

Per quel che concerne le società preesistenti, in sede di conversione del decreto legge è stato precisato che le disposizioni in tema di startup innovative dovessero essere applicate anche a quelle società costituite prima del 19 dicembre 2012. Chiaramente, per questo tipo di società la qualifica di startup ricorre per un periodo temporale più breve rispetto a quello ordinario, che si concretizza in:

– quattro anni per le società costituite entro due anni dal 20 ottobre 2013 (data di entrata in vigore del D.L n.179/2012);

– tre anni per le società costituite tre anni prima del 20 Ottobre 2012;

– due anni per quelle costituite entro i quattro anni precedenti.

Le società preesistenti potevano richiedere tale qualifica, entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge n. 221/2012 (ossia entro il 16 febbraio 2013), depositando presso il Registro delle Imprese un’apposita dichiarazione contenente l’indicazione dei requisisti previsti e sottoscritta dal legale rappresentate.

Per le società precostituite il possesso dei requisisti deve sussistere al momento della richiesta d’iscrizione e non già al momento della costituzione.

5. Gli incubatori certificati di startup innovative

Uno dei pilastri fondamentali della recente disciplina delle startup innovative è costituito dai c.d. “incubatori certificati di startup”, per tali intendendosi le imprese che “offrono, anche in modo non esclusivo, servizi per sostenere la nascita o lo sviluppo di startup innovative” e che siano in possesso dei requisiti previsti dall’art. 5 del Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 21 febbraio 2013 (il “Decreto Incubatori”). In particolari, gli incubatori certificati ospitano, sostengono e accompagnano lo sviluppo delle startup dal concepimento dell’idea imprenditoriale al suo primo sviluppo, offrendo attività di formazione, sostegno operativo e manageriale, fornendo strumenti e luoghi di lavoro e favorendo il contatto tra investitori e le idee imprenditoriali stimate ad alto potenziale di ritorno economico, ma non ancora appetibili per il mercato dei capitali. Mettendo a disposizione degli imprenditori la propria esperienza e preparazione, i manager degli incubatori certificati permettono alle imprese innovative di lanciare la propria attività sul mercato in modo efficace e soprattutto in tempi rapidi.?Deve precisarsi che lo svolgimento, anche in modo professionale e sistematico, dell’attività di incubazione di startup non costituisce un’attività riservata agli “incubatori certificati” e può, dunque, essere esercitata da qualsiasi soggetto. Infatti, la “certificazione” dell’incubatore costituisce esclusivamente condizione per l’iscrizione nella relativa sezione del Registro delle Imprese e per accedere alle agevolazione societarie e fiscali.?Attualmente, sono presenti in Italia 103 incubatori certificati dei quali 47 al nord, 36 al centro e 20 al Sud. Il quadro regolamentare di riferimento è costituto dalla legge 221/2012 del 17 dicembre 2012, che ha convertito il decreto legge n. 179 del 4 ottobre 2012 contenente “Ulteriori misure urgenti per la crescita del paese” (c.d. “Decreto Crescita 2.0”) e? dal più recente “Decreto Incubatori”.?Le agevolazioni fiscali sono invece esplicate come per le start up innovative dalla Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 16/E dell’11 giugno 2014 avente ad oggetto appunto “Agevolazioni fiscali in favore delle startup innovative e degli incubatori certificati”.

Per ottenere lo status di “incubatore certificato”, l’impresa dovrà possedere cumulativamente i seguenti requisiti:

  1. a) dispone di strutture, anche immobiliari, adeguate ad accogliere startup innovative, quali spazi riservati per poter installare attrezzature di prova, test, verifica o ricerca;

b) dispone di attrezzature adeguate all’attività delle startup innovative, quali sistemi di accesso alla rete internet, sale riunioni, macchinari per test, prove o prototipi;

  1. c) è amministrata o diretta da persone di riconosciuta competenza in materia di impresa e innovazione ed ha a disposizione una struttura tecnica e di consulenza manageriale permanente;

d) ha regolari rapporti di collaborazione con università, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e partner finanziari che svolgono attività e progetti collegati a startup innovative;

  1. e) ha un’adeguata e comprovata esperienza nell’attività di sostegno a startup innovative.

Il possesso dei predetti requisiti è autocertificato dal rappresentante legale dell’incubatore mediante dichiarazione sottoscritta al momento della domanda di iscrizione nella sezione speciale del Registro delle Imprese, sulla base di alcuni indicatori e valori minimi individuati dal Decreto Incubatori (Tabella A e Tabella B).?Al fine di mantenere l’iscrizione nell’apposita sezione speciale e, dunque, lo status di “incubatore certificato”, l’impresa deve aggiornare almeno semestralmente le informazioni comprovanti il possesso dei requisiti. L’obbligo di aggiornamento sussiste anche nel caso in cui non vi siano aggiornamenti da segnalare; in tal caso sarà sufficiente confermare che le informazioni depositate sono aggiornate. In caso di perdita dei requisiti oppure in caso di mancata dichiarazione del possesso dei requisiti, l’incubatore certificato sarà cancellato entro sessanta giorni dalla sezione speciale del registro delle imprese, permanendo comunque l’iscrizione nella sezione ordinaria.

6. Conclusioni

E’ doveroso concludere questa ricerca normativa sulla genesi delle startup innovative, su quelle a vocazione sociale e sugli incubatori certificati descrivendo la loro vera natura, quella di naturale collegamento tra università e impresa, tra conoscenza e innovazione, tra giovani di talento e manager più anziani, tra realtà locali e investitori internazionali, tra città di provincia nostrane e grandi metropoli straniere. Le startup vanno viste come la nuova frontiera, la nuova “primavera” dell’economia italiana, come l’ultima possibilità della generazione Y di autodeterminarsi. Per smarcarsi definitivamente dall’appellativo di “figli della crisi” e consacrarsi come la “generazione del saper fare”.

 

 

[1] Convenzionalmente, la crisi economica che ancora il mondo intero, e l’Italia in particolare, sta attraversando, si fa coincidere con il secondo trimestre del 2007.

[2] Dati Eurostat.

[3] Dati Ocse; la relazione del Governo al Parlamento del 31 marzo 2013 parla di 1.565,916 miliardi di Euro.

[4] Dati Eurostat.

[5] Con il termine stakeholder (o portatore di interesse) si individua un soggetto (o un gruppo di soggetti) influente nei confronti di un’iniziativa economica, sia essa un’azienda o un progetto. Fanno, ad esempio, parte di questo insieme: i clienti, i fornitori, i finanziatori (banche e azionisti), i collaboratori, ma anche gruppi di interesse esterni, come i residenti di aree limitrofe all’azienda o gruppi di interesse locali. R. Edward Freeman, Alexander Moutchnik (2013): Stakeholder management and CSR: questions and answers

[6] La società europea (SE) è una forma di società che può essere costituita sul territorio dell’Unione Europea e che funziona sulla base di un regime di costituzione e di gestione unico, anziché sottoposto a normative statali differenti. Le società europee sono regolate dal regolamento europeo numero 2157 dell’8 ottobre 2001. E. Pederzini, Diritto societario europeo.

[7] Nel testo originario del decreto la percentuale era del 30 per cento

[8] L’art 25, comma 12, lett i), prevede l’obbligo di presentare il bilancio d’esercizio nel formato standard XBRL. Pertanto, atteso che le imprese IAS compliant sono esonerate dal deposito del bilancio in questo formato, pur in assenza di un espressa esclusione, si potrebbe concludere che le start up innovative non possa trovare applicazione per i soggetti IAS. Ad ogni modo, appare assai remota l’ipotesi che una starup innovativa possa redigere il bilancio secondo i principi contabili internazionali, tenuto conto del tipo di attività esercitata, dall’ammontare massimo della produzione (5 milioni di euro) e trattandosi di società non quotate.

[9] Per il primo esercizio, tale requisito è soddisfatto tramite autocertificazione.

[10] Nel documento n. 24, «Immobilizzazioni immateriali», l’Organismo Italiano di contabilità distingue tra: – ricerca di base, definita come quell’assieme di studi, esperimenti, indagini e ricerche che non aventi una finalità definita con precisione, ma di utilità generica all’impresa; – ricerca applicata o finalizzata ad uno specifico prodotto o processo produttivo, consistente nell’assieme di studi, esperimenti, indagini e ricerche che si riferiscono direttamente alla possibilità ed utilità di realizzare uno specifico progetto; – sviluppo, ovverosia l’applicazione dei risultati della ricerca o di altre conoscenze possedute o acquisite in un progetto o programma per la produzione di materiali, strumenti, prodotti, processi, sistemi o servizi nuovi o sostanzialmente migliorati, prima dell’inizio della produzione commerciale o dell’utilizzazione.

[11] Gli International Accounting Standards (in forma di acronimo: IAS) sono principi contabili internazionali. Ias 38 – Rivisto nel: 2004 – Decorrenza: 2004 Attività immateriali. Regolamento CE 1606/2002

[12] In data 12 febbraio 2013, è stata pubblicata la bozza del principio contabile OIC 24 . Le immobilizzazioni immateriali, rivisto nell’ambito del progetto di aggiornamento ha l’obbiettivo di migliorare la struttura dei principi contabili nazionali al fine di renderne più semplice la lettura e facilitare nel contempo gli aggiornamenti e le integrazioni che in futuro si renderanno necessari.

[13] La social enterprise è un’organizzazione che applica strategie commerciali per massimizzare il miglioramento del benessere delle persone e dell’ambiente – questo può includere massimizzando l’impatto sociale piuttosto che i profitti per gli azionisti esterni . Le imprese sociali possono essere strutturati come una for-profit o non- profit , e che può assumere la forma ( a seconda in quale paese esiste e l’entità delle forme giuridiche disponibili ) di una cooperativa , mutua assicuratrice , un soggetto trascurato , un social business , una società di beneficenza, una società di interesse comunitario o di una organizzazione di carità .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Usucapire l’azienda? Oggi è possibile.

Usucapire l’azienda? Oggi è possibile.

Con sentenza n. 5087/2014 la Cassazione, a Sezioni Unite, risolve una questione molto dibattuta in dottrina che ha pochi precedenti giurisprudenziali e che è strettamente connessa alla questione sulla natura dell’azienda.

 

Con la sentenza che si presenta la Suprema Corte, a Sezioni Unite, ha affermato la possibilità di acquistare a titolo originario, per usucapione, l’azienda, considerandola come un bene distinto dai singoli componenti, suscettibile di essere unitariamente posseduto.

Nel caso di specie era stata proposta una hereditas petitio che aveva ad oggetto l’esercizio di una farmacia. I convenuti, in via riconvenzionale, avevano domandato il riconoscimento dell’acquisto del bene per usucapione in virtù di un possesso ultraventennale. Ottenute nel merito pronunce di accoglimento della domanda riconvenzionale, l’attore proponeva ricorso per Cassazione adducendo che “l’azienda non può essere considerata alla stregua di una universalità di beni, non essendo riconducibile in tale nozione la complessa varietà di rapporti giuridici inerenti il suo esercizio; di conseguenza essa non è suscettibile di usucapione”.

Attesa la novità e particolare rilevanza della questione, la problematica che si innesca è controversa ed è da analizzare di pari passo con la più generale questione sulla natura della azienda.

L’art. 2555 c.c. definisce l’azienda quale “complesso di beni organizzati per l’esercizio dell’impresa”.

Tale definizione va coordinata con la classificazione dei beni ex artt. 810-817 c.c.

Ebbene, questa classificazione di beni giuridici non consentirebbe di qualificare l’azienda come un bene unitario, a composizione variabile nel tempo e qualitativamente mista, come bene mobile o immobile o anche, se non con qualche importante adattamento, come universalità di beni nella definizione dell’art. 816 c.c., che suppone non solo la natura mobiliare di tutti i beni ma altresì la loro appartenenza all’unico proprietario.[1]

Se ne deduce che, secondo quanto previsto dall’art. 1140 c.c., per considerare l’azienda come una “cosa” che in quanto tale può essere oggetto di possesso e quindi di usucapione, non sembrerebbe sufficiente il riconoscimento che l’azienda, come oggetto di diritti, costituisca un bene giuridico.

Risulta necessario qualificare tutte le “cose” che compongono l’azienda come una universitas rerum[2].

È a questo punto che l’indagine della Suprema Corte fornisce una interpretazione assolutamente innovativa, priva di rilevanti precedenti. Sostiene, infatti, che l’art. 1140 c.c., nel restringere il possesso e conseguentemente l’usucapione alla “cosa” non esclude categoricamente dalla stessa la cosa immateriale che si concretizza nel “complesso organizzato di beni” inteso come organizzazione distinto dagli stessi beni singolarmente considerati.

Nel caso dell’azienda, però, tutto ruota intorno all’attività quale organizzazione per l’esercizio dell’impresa. Tale attività, poiché posta in essere da un soggetto, non può rientrare nella categoria di bene giuridico e non può essere, quindi, oggetto del possesso.

Occorre, pertanto, compiere un passo ulteriore consistente nel riconoscere che l’art. 2555 c.c., nel valutare la azienda quale “cosa”, ne dà una considerazione oggettivata pur senza cancellarne il suo collegamento genetico (organizzativo) e finalistico con l’attività di impresa[3].

Le Sezioni Unite, quindi, offrono una analisi meno teorica e più coerente con l’ordinamento facendo notare come non vi siano nel codice civile norme che contrastino con l’affermazione che l’azienda sia suscettibile di possesso e quindi usucapibile[4].

Al contrario un tale possesso è supponibile in varie norme quali gli artt. 1140, 2556 comma 1 e 2561 c.c.

Il complesso di queste disposizioni non consente di dubitare che nell’intento del legislatore l’azienda vada considerata unitariamente sia sotto il profilo della proprietà, sempre intesa come “complesso organizzato” (o dell’usufrutto) e sia sotto quello del possesso [5].

Il possesso dell’azienda, inoltre, è specificamente ed espressamente considerato nell’art. 670 c.p.c. che ammette il sequestro delle aziende – o di altre universalità di beni – quando lo stesso o la proprietà siano controversi[6].

In definitiva, tutte queste argomentazioni hanno consentito alla Cassazione di affermare un superamento della teoria atomistica (azienda composta da una pluralità di beni funzionalmente collegati) preferendo la concezione della teoria unitaria (azienda quale bene unitario distinto dai beni che la compongono) affermando, ai fini della disciplina del possesso e dell’usucapione, che l’azienda, quale complesso di beni organizzati per l’esercizio dell’impresa, deve essere considerata come un bene distinto dai singoli componenti, suscettibile di essere unitariamente posseduto e, nel concorso degli altri elementi indicati dalla legge, usucapito.

Non si può, dunque, non rilevare la portata innovatrice di questa pronuncia che, a ragion veduta, perfettamente si armonizza con la ratio della usucapione che è quella di favorire chi si occupa di un bene con una dedizione ed una cura tali da renderlo produttivo non solo nel suo interesse ma anche in quello più generale rispetto al proprietario che trascura la cosa propria.

Gaia Rondinelli <gaia.rondinelli@libero.it>

©RIPRODUZIONE RISERVATA


[1] Così L. DELLI PRISCOLI, “L’usucapione di azienda fra ragioni della proprietà e ragioni di impresa”, in Nuova Giurisprudenza Civile Commentata, 7-8 2014, pag. 640

[2] Cfr. Ibidem, pag. 640

[3] Cfr. Ibidem, pagg. 640-641

[4] Cfr. “E’ usucapibile l’azienda? L’intervento delle Sezioni Unite” in Speciale Esame Avvocato 2014, pag. 50

[5] Così L. DELLI PRISCOLI, in Op. cit., pag. 642

[6] Cfr. Ibidem, pag. 642