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ADR: sfide attuali e future

ADR: sfide attuali e future

ADR: sfide attuali e future

La diffusione di strumenti di composizione extragiudiziale dei conflitti tra consociati,   comunemente noti con l’acronimo ADR (Alternative Dispute Resolution), costituisce uno dei molteplici aspetti caratterizzanti l’evoluzione del diritto occidentale negli ultimi decenni.

La comparsa degli ADR risulta avere, secondo la communis  opinio, una matrice storico-causale comune: si osserva che a partire dagli inizi del Novecento numerose furono le denunzie del ceto forense americano nei confronti di un sistema giudiziale che male rispondeva alle nuove esigenze di una società capitalista in costante espansione e, se è vero che il contenzioso  all’interno di uno Stato aumenta fisiologicamente in proporzione diretta rispetto alla crescita economica dello stesso, negli anni ‘60 si osservò che le azioni civili e commerciali erano    aumentate di circa tre volte rispetto a quelle registrate trent’anni prima dalle corti statunitensi. Tale fenomeno, noto col termine di “litigation explosion”,  fu all’epoca avvertito come patologico all’interno di un sistema che, ancor oggi, è citato quale esempio di rapidità ed efficenza:     questo portò gli operatori giuridici a considerare l’introduzione di nuovi strumenti che    potessero alleggerire il carico di lavoro dei tribunali civili e ridurre, di riflesso, i tempi della giustizia. A tale esigenza l’ordinamento americano rispose con l’individuazione di un sistema alternativo a quello giudiziale sul quale vennero riversate la maggior parte delle cc.dd.    “garbage cases” le quali furono risolte lontano dalle aule di tribunale e con di modalità         operative assai più agili rispetto alle rigide regole processuali.

Come più volte accaduto nel corso dell’esperienza giuridica occidentale, l’Unione Europea si è fatta mutuante di tecniche ed istituti elaborati dai tracciati giurisprudenziali e dottrinali     d’oltreoceano ma che, dopo essere stati introdotti nelle singole realtà nazionali per mezzo  della legislatura europea, non hanno saputo efficacemente colloquiare con gli altri formanti caratterizzanti gli ordinamenti dei differenti Stati membri.

Lungi dall’affermare che il tema qui affrontato costituisca una rosea eccezione di quella che, a detti dei più critici, ha assunto i connotati di una mala praxis tutta italiana nelle modalità di recepimento degli interventi europei, ci sembra in tale sede opportuno individuare gli aspetti caratterizzanti l’eterogenea categoria di tecniche e   procedimenti, non necessariamente    stragiudiziali,  individuata dall’acronimo ADR al fine di comprendere un fenomeno – non solo giuridico – che sembra star assumendo i tratti di una vera e propria rivoluzione  paradigmatica nel modo di concepire il conflitto tra consociati.

Nell’ambito delle politiche comunitarie il primo riferimento normativo concernente gli ADR è rappresentato dalla Raccomandazione 1998/257/CE con la quale si è cercato di portare l’attenzione delle legislature nazionali sulle problematiche delle procedure (stra)giudiziali con l’intento di armonizzare gli standard di tutela offerti dai singoli ordinamenti agli operatori economici latu sensu intesi.

Tale percorso è proseguito nel tempo fino ad approdare all’emanazione della Direttiva 2008/52/CE la quale ha definitivamente riconosciuto l’ingresso degli ADR civili e   commerciali nello spazio europeo consacrandone l’importanza economico-giuridica: prova ne sia che il successivo traguardo è stato segnato dalla Direttiva 2013/11/CE la quale ha   introdotto una disciplina settoriale << sulla risoluzione alternativa delle controversie  dei   consumatori >>. Colgono infatti nel segno coloro i quali individuano un diretto rapporto tra lo    sviluppo economico statale e la percezione che i consumatori hanno dell’ affidabilità del     diritto applicabile ai loro rapporti commerciali: secondo questa impostazione risulta dunque mirato l’intervento sovranazionale improntato alla creazione di un acquis che informi le      attività di normazione dei singoli Stati membri al fine, seppur non uniformante, di individuare un sub-strato di principi comuni e parimenti applicabili alle procedure di   composizione delle liti. Ne sono espressione quelli che impongono la previsione della riduzione delle tempistiche procedurali, dei costi, e – nei limiti del possibile, contemperando le esigenze di semplificazione con quelle di tutela degli operatori – di allontanamento dalla rigidità del formalismo giuridico.

Volgendo lo sguardo alla nostra realtà nazionale, l’Italia ha recepito la summenzionata Direttiva del 2008 attraverso il D.lgs. 28/2010 il quale , così come novellato dal c.d. “Decreto del fare” del 2013, ha costituto la primaria fonte statale in materia di ADR dopo aver superato, non senza difficoltà, la pronuncia della Corte Costituzionale la quale, il 24 Ottobre 2010, ha rilevato l’illegittimità costituzionale per eccesso di delega nella parte in cui il suddetto D.lgs, all’art. 5 c. 1, introduceva un tentativo obbligatorio di conciliazione quale condizione di    procedibilità nelle materie ivi indicate.

Non potendo in tale sede approfondire le antinomie tra normativa statale ed europea sul   piano tanto positivo quanto della ratio informante i singoli interventi, risulta oltremodo necessario analizzare le reali difficoltà che i sistemi alternativi di risoluzione delle controversie   incontrano nel nostro ordinamento: allontanandoci per un momento dalle rigidità del pensiero prettamente giuridico, non si riesce a capire per quale motivo, in Italia, un debitore dovrebbe   essere portato ad un tempestivo adempimento della propria obbligazione.

L’ asserzione risulterà più chiara se, portando alla mente gli esempi più volte proposti  dall’attuale Presidente dell’ANMI, ci soffermassimo a pensare che un tempo i “buoni” minacciavano i “cattivi” di intentare una causa nei loro confronti ed invece oggi, quasi  paradossalmente, la sola idea di imbarcarsi in un’ avventura processuale Kafkiana – consegnandosi nelle mani delle tempistiche del Processo – sembra essere lo strumento più persuasivo a disposizione di coloro i quali, mutatis mutandis, mal si orientano al rispetto delle regole giuridiche. Ne deriva, pertanto, che non vi sarebbe logica nell’essere disposti ad esperire alcun tentativo conciliativo al fine di dirimere una controversia della quale non si ha interesse a    vedere la conclusione, se non a tempi indeterminatamente rimandati.

D’altra parte sarebbe possibile individuare una risposta che non pecchi di incompletezza solo qualora fossimo disposti ad analizzare le reali cause di tale fenomeno sociale assolutamente patologico: tra le molte individuabili, spicca un sistema normativo innegabilmente elefantiaco che, in tali termini, risulta essere fisiologicamente antinomico, spesso portando i consociati a rinunciare anticipatamente a vedersi riconosciuto un diritto – magari di esiguo riflesso  economico – pur di non rimanere intrappolati nella palude processuale. E’ in questa piega, a parere di chi scrive inaccettabile, che devono insinuarsi le moderne logiche “win-win”   caratterizzanti i procedimenti ADR latu sensu, per poi tendere ad un’ampliamento soggettivo e settoriale sino a diventare la “regola” dell’agire e non più una mera eccezione.

In conclusione preme sottolineare che una lettura comparatistica delle procedure ADR tra l’Italia e gli USA, rileva un pericoloso profilo di misrappresentazione della loro natura e del loro ruolo all’interno del nostro sistema giudiziale: pensare agli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie quali uniche leve volte al superamento dell’ impasse della nostra giustizia, porterebbe ad una eccessiva e non accettabile riduzione del ruolo socio-economico ad essi riconosciuto negli “efficienti” paesi nordamericani nei quali, si rammenta, solo un numero di cause inferiore alla decina percentuale approda nelle aule di tribunale. Tale dato è utile    dunque a comprendere che le esigenze di implementazione di tali procedure “alternative” non giacciono – soltanto – nelle difficoltà del nostro ordinamento, ma devono necessariamente trovare uno spazio, autonomo e sempre più centrale, nella mentalità e nella cultura di una società che aspira a definirsi “moderna”.

 

Sgaramella Alberto

Redazione

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